L’IMPORTANTE NON È VINCERE MA FARE COME CI PARE

Io sono sempre stato favorevole alla politicizzazione di tutto. Dai pugni chiusi alzati al cielo di Smith e Carlos alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968 a mille altri episodi (hint: per quel gesto vennero squalificati perché già allora le manifestazioni politiche alle olimpiadi erano vietate e più o meno la lora carriera finì lì. Una sorte simile toccò a Peter Norman, arrivato secondo, al suo ritorno in patria, per aver indossato la coccarda di OPHR in segno di solidarietà). Questo per il principio che le Olimpiadi non dovrebbero dare spazio alle manifestazioni politiche, in questa visione idealizzata dello sport come momento di pacificazione mondiale (secondo lo spirito olimpico della Grecia Antica) in cui l’unità dei popoli ha il meglio sulle divisioni e le liti del tempo comune. A volte questo principio si spezza, un atleta decide di infrangere questo principio sacrosanto e mettere a repentaglio la propria vittoria, a volte anche la sua stessa carriera, per portare avanti un altro principio (politico, ideale, umanitario, personale) perché è così che funzionano i principi: sulla carta sono tutti belli, tutti condivisibili e poi li cali nel mondo reale e fanno a cazzotti, così devi decidere quale dei due ha la precedenza: che cos’ha la precedenza? Il rispetto dello spirito olimpico o la mia esigenza di denunciare la violazione di un diritto? Una regola precisa non c’è, ogni atleta lo decide nel suo intimo, secondo la sua coscienza: quanto vale questo mio ideale? Quanto sono disposto a sacrificare per questo mio ideale? Zapotek ad esempio, per aver firmato il manifesto delle duemila parole, finì a lavorare in una miniera di Uranio. Per questo motivo a me gli atleti che trovano il coraggio di spezzare il tempo sospeso delle Olimpiadi per affermare un principio in cui credono sono sempre stati simpatici. Ho sempre rispettato il loro coraggio, anche quando magari ho pensato che quel loro gesto non valesse quella rottura. E ho pensato lo stesso per la schermitrice ucraina Olga Karlhan che si è rifiutata di stringere la mano all’avversaria russa Smirnova. E io un po’ la capisco dal punto di vista personale, un po’ meno dal punto di vista politico ma in fondo quello che mi dico è: ma chi sono io per giudicare una scelta di questo tipo? Altri atleti prima di lei hanno fatto gesti simili, per lanciare un messaggio, sono stati squalificati, hanno rischiato le loro carriere e se ne valeva o meno la pena lo sapevano solo loro. Io posso o meno condividere le loro battaglie politiche o personali ma il rispetto per il coraggio dimostrato glielo riconosco sempre. E per me la vicenda della schermitrice ucraina finiva qui, come tante altre storie di sport di atleti squalificati per aver manifestato le proprie convinzioni politiche durante una competizione sportiva). Poi invece siamo riusciti (noi, non la schermitrice ucraina) a trasformare quello che era un gesto coraggioso e degno di rispetto in una solenne dimostrazione di arroganza che rivela tutta l’idiosincrasia occidentale per le regole, quando a dover rispettarle siamo noi. Ora a me interessa poco delle varie versioni cavillose e puntacazziste con cui si cerca di sminuire un gesto che è e rimane politico e, in quanto politico, è l’unico motivo per cui con esso si può solidarizzare: perché se non è un gesto politico, se è solo il nascondersi dietro i cavilli del regolamento richiamandosi a regole covid o altre scuse, di quel gesto politico non rimane niente, e allora a me, di difenderlo o rispettarlo, non me ne frega niente. Se però è gesto politico, in quanto vietato, deve sottostare alle regole, e le regole prevedono la squalifica. Conta poco anche quello che fa o abbia fatto, al di fuori della pedana, l’atleta russa che, come stabiliscono sempre le regole, ha partecipato senza bandiera, senza inno nazionale, senza inneggiare al suo popolo e senza rivendicazioni personali. Questo è quello che si chiede a un atleta russo e quello che c’è sul suo profilo instagram possiamo andarcelo a spulciare per farci un’idea di chi sia, se ci sta o meno simpatica. Potrebbe essere anche la più fervida sostenitrice di Putin, non è questo che si chiede ad un atleta russo per partecipare in questo momento ad una competizione sportiva (anche se immagino che sia quello che molti desidererebbero); così come non si chiede a un atleta israeliano di prendere le distanze da Netanyahu, a un saudita di dissociarsi da Bin Salman, così come non pretendiamo la non partecipazione di un suprematista bianco. Poi tutti questi possono anche farci profondamente schifo, ma l’unica cosa che chiediamo è che non facciamo mostra delle proprie convinzioni politiche durante la manifestazione. E la russa questo ha fatto, non le era chiesto altro. Le regole servono esattamente a questo: se queste regole non ci fossero, ognuno potrebbe fare il suo comizietto politico, gli atleti russi potrebbero partecipare con il nastro di San Giorgio al petto, qualcuno potrebbe presentarsi con la falce e martello o con un piccolo stemmino nazista ricamato sulla divisa sportiva. Le olimpiadi, e lo sport in generale (e questo lo abbiamo deciso sempre noi), non sono il posto in cui giudichiamo quali simboli ci piacciono e quali no. Sono il posto in cui abbiamo deciso che quei simboli non ci devono stare ed è proprio per questo motivo che fa scalpore tutte le volte che la vita reale, con tutto il suo carico politico, rompe quello spazio. Nel 2016 il judoka egiziano El Shehaby si è rifiutato di stringere la mano all’avversario israeliano Or Sasson a fine gara. È stato squalificato, nonostante il regolamento del judo non preveda la stretta di mano a fine gara ma solamente l’inchino, cosa che l’atleta africano aveva fatto. Ed è probabilmente giusto che sia così se vogliamo che questi gesti di rottura rimangano, appunto, di rottura. Come si fa a rompere qualcosa che non c’è più? Se non c’è regola, il non rispetto della stessa che valore politico ha? Ma noi non abbiamo fatto neanche questo: non abbiamo, cosa che forse … Leggi tutto