Dopo l’ultimo show di Ben Gvir a favore di telecamera e social, un pezzo della “galassia centrista italiana” (a dire il vero, non solo centrista e non solo italiana) sembra aver improvvisamente scoperto la sua inclinazione criminale. Piovono dichiarazioni su dichiarazioni, ne riporto solo qualcuna: Ben Gvir è un personaggio squallido, infimo che danneggia la causa. Ben Gvir, persona spregevole, ha trascinato nel fango Israele. Ben Gvir è una vergogna che cammina, questi atteggiamenti disumani sono un’onta per Israele. Trovo orrido il comportamento del ministro.
Queste dichiarazioni fanno tutte eco alle parole di Gideon Sa’ar: Consapevolmente, hai arrecato danno al nostro Stato con questa vergognosa dimostrazione. Insomma, sempre per usare parole non mie, trasforma una posizione “legittima” in un gigantesco autogol mondiale.
Fermiamoci un attimo: che cosa ha fatto di preciso Ben Gvir? Se ci andiamo a leggere tutte le scandalizzate dichiarazioni di questi giorni, a Ben Gvir viene rimproverato, per lo più, un fatto marginale: di aver pubblicato un video sui social. Ben Gvir non è nel gabinetto di difesa: non è lui a coordinare l’esercito e la Marina, non è lui a dare gli ordini di abbordaggio, ad aver deciso l’assalto alla flotilla in acque internazionali, a dare il via ai trattamenti disumani prima ancora che vengano trasferiti in carcere. Lui ha semplicemente reso pubblico tutto quello che stava accadendo.
E se rileggiamo tutta questa miriade di dichiarazioni, questo è quello che pare preoccupare i nostri politici: che il tutto diventi di dominio pubblico invece di venire diligentemente nascosto sotto il tappeto. Non ci fosse il video di Ben Gvir non ci sarebbe nessun problema (alcuni neanche si fanno problemi a considerare l’intervento israeliano come legittimo, cosa che naturalmente non è). L’unica preoccupazione mostrata è che tutto ciò danneggi Israele e, soprattutto, la loro posizione di difensori di Israele. Non certo l’umiliazione di altri essere umani (per quello sarebbero bastati due anni di massacri palestinesi) e neanche il solito approccio suprematista che ci porta a considerare più gravi queste umiliazioni quando a subirle sono cittadini occidentali (Ben Gvir riservò lo stesso trattamento a detenuti palestinesi, a Bargouthi, senza che nessuno di lor signori alzasse un sopracciglio). È la loro umiliazione, a preoccuparli. Quello che è osceno e inaccettabile in Ben Gvir è la messa a nudo della loro ipocrisia, che li costringe a non poter ignorare quello che stanno sostenendo. E che arriva in un momento in cui lo scriteriato attacco di Netanyahu e Trump all’Iran rischia di provocare effetti economici non secondari sull’Europa. Questo livello di umiliazione pare che i nostri governanti facciano fatica ad accettarlo: va bene cornuti e mazziati, ma per favore almeno non sbeffeggiati pubblicamente!
Quando, più di due anni fa, ho iniziato a raccogliere i profili dei politici israeliani, l’ho fatto per due motivi: il primo è perché sapevo che sarebbe arrivato quel momento, descritto molto meglio di me da Omar El Akkad in “Un giorno, tutti diranno di essere stati contro”. Il momento dei “non sapevo, non credevo”. Molti oggi “scoprono” la disumanità di Ben Gvir, quello che a ridosso del 7 Ottobre distribuiva fucili ai coloni, che vive in una colonia in Cisgiordania, che faceva spot elettorale evocando l’uccisione dei palestinesi e potrei andare avanti per un’altra pagina ma non lo farò perché, appunto, l’ho già fatto. E tutti lo sapevano, anche se molti faranno finta di essere caduti dal pero all’improvviso, come sta accadendo in questi giorni.
Sarebbe in qualche modo confortante pensare che quel momento sia arrivato, ma purtroppo non è così. Tutto questo scandalo intorno a Ben Gvir è la solita retorica della “mela marcia”, la speranza che basti il sacrificio del singolo affinché tutto possa procedere esattamente nello stesso modo.
Prova ne è che nessuno ha speso mezza parola su Miri Regev, ministro dei trasporti israeliano che ha fatto la stessa sceneggiata, con gli stessi toni. Neanche Gideon Sa’ar pare essersene accorto. Perché Regev non fa parte di un piccolo partito oltranzista che ben si presta a fare da parafulmine allo sdegno internazionale: Miri Regev è del Likud, lo stesso partito di Gideon Sa’ar.
È la stessa retorica che vediamo in atto, qui da noi, davanti all’ennesimo caso di violenze delle forze dell’ordine: sempre e soltanto “mele marce” che i politici si affannano a scaricare invocando pene doppie rispetto al normale cittadino (fateci caso, queste pene doppie, triple, quadruple, non arrivano praticamente mai). Addossare tutte le responsabilità ai singoli, le invocazioni alla severità, nella maggior parte dei casi (e quello di Ben Gvir mi pare un caso da manuale) per evitare di parlare degli elementi strutturali di queste violenze. Non si può mai ragionare delle cause profonde perché siamo sempre schiacciati sul caso singolo. Che è sempre un caso a se, è sempre l’evento taumaturgico che restituisce verginità a tutto il resto.
È la stessa cosa che succederà, di qui al qualche mese, con il nuovo governo israeliano che si formerà nel prossimo autunno e che, per quanto possano essere affidabili i sondaggi, non vedrà Netanyahu come primo ministro: allora, tutti saranno velocissimi a lodare la democrazia israeliana e scaricare tutte le responsabilità su Netanyahu. Lo stesso Netanyahu il cui operato contro la Flotilla stanno difendendo oggi scaricando la colpa su Ben Gvir. Sperando che tutti i fronti aperti in questi anni siano temporaneamente chiusi (o quantomeno messi sotto silenzio, come pian piano stanno facendo con Gaza) per poter alimentare, almeno per un po’, la finzione che la politica estera del prossimo governo sia in discontinuità con l’era Bibi.
E questo è stato il secondo motivo che mi ha spinto a raccogliere i profili dei politici israeliani e a raccoglierne così tanti. La Knesset è un parlamento piccolo, di 120 membri e direi che una cinquantina di parlamentari (di tutti gli schieramenti politici di governo e dei capi delle opposizioni) sia abbastanza rappresentativo. In Israele ci sono posizioni politiche molto diverse, ci sono partiti ultraortodossi e partiti laici, partiti fascisti e omofobi (e orgogliosi di esserlo) e partiti molto aperti sui diritti civili (anche se un po’ meno di quello che racconta la propaganda occidentale), partiti che hanno idee diversissime sulla giustizia, sull’economia, sulle politiche ambientali. Differenze che però scompaiono quando si arriva alla questione palestinese (o a quella iraniana). Perché non è un problema di mele marce, risolvibile con la rimozione di questo o quel politico: è un problema strutturale che riguarda l’attuale fase politica israeliana (fase che va avanti identica da almeno trent’anni, a essere buoni, e che in parte è sempre stata presente in Israele sin dalla sua fondazione, a essere onesti).
Ben Gvir, sempre secondo i sondaggi, è dato in crescita e dovrebbe quasi raddoppiare i seggi, anche se farà un turno all’opposizione. In autunno probabilmente la palla passerà nuovamente a Bennet e Lapid, le cui dichiarazioni pubbliche le trovate sempre nei profili a loro dedicati (o in qualunque giornale che abbiate la pazienza di sfogliare, anche perché io da lì le ho prese). Ma che molti sperano abbiano almeno la decenza di risparmiare le pubbliche umiliazioni.