L’INIZIO (A.K.A. #SDS100)

Non lo so come è cominciato. Certo oggi, dopo che tutto è finito, a voi sembra quasi impossibile che sia potuto accadere, e che sia accaduto nella quasi indifferenza generale, se non addirittura con il supporto sguaiato di parte dell’opinione pubblica. Eppure è accaduto e voi mi avete chiamato oggi in questa scuola come testimone, perché qualcuno ha pensato di darmi questa medaglia che vedete qui appesa sul petto e allora mi avete chiamato a raccontare di quel periodo, e io ho quindi il dovere di provare a darvi una risposta, come testimone e come presidente della Fondazione Sani. Potrei dire che erano altri tempi, che non eravamo così preparati come lo siamo oggi, ma sarebbe una bugia. E la bugia non sarebbe che eravamo impreparati ieri, ma che crediamo di essere preparati oggi. Anche allora credevamo di essere preparatissimi, avevamo studiato la storia, ci sentivamo immuni da qualsiasi deriva; non lo eravamo e, credetemi, non lo siete neanche voi.

Credo che noi siamo abituati a pensare a queste situazioni come improvvise, come delle discontinuità nette in cui è possibile individuare chiaramente un prima e un dopo, come un bicchiere che cade a terra e si rompe. Io penso che molti anche all’epoca si aspettassero qualcosa del genere: un ritorno del passato in forma di fotocopia, una scritta al neon luminosa di avvertimento con scritto bello grosso, Ehi, sta succedendo adesso! O una musica di sottofondo come negli horror che lo capisci subito che sta per succedere qualcosa, quanto sarebbe comoda una colonna sonora di avvertimento pure nella vita reale? E invece no, e mentre attendevamo questi eventi catastrofici che indicassero chiaramente e senza ombra di dubbio il minaccioso ripetersi del passato, faticammo ad accorgerci dei nuovi modi con cui questo passato aveva deciso di aggredire il presente. Non ci fu nessun bicchiere rotto, nessuno schianto, nessuna scritta luminosa, ma qualcosa più simile alla marea: che sale lentamente, che dovresti star lì a fissarla per delle ore per accorgertene, ché se la guardi per un momento e basta ti sembra che non stia accadendo niente. E poi noi la marea la conosciamo, lo sappiamo che dopo sei ore torna indietro. Questa invece era una lunga marea nera che continuava a salire lenta ma inesorabile, e molti si illudevano che pure sarebbe tornata indietro da sola, proprio come fa la marea, e si resero conto d’essersi sbagliati solo quando l’acqua gli arrivò alla porta di casa.
Non ci fu nessun diluvio, nessun colpo di mano improvviso, nessuna marcia imperiosa sul Parlamento, nessuna tragedia epifanica che ne segnasse incontrovertibilmente l’inizio, ma piuttosto un lento e progressivo degradarsi dei processi democratici di cui troppi s’allarmarono soltanto quando ormai era tardi. Come un paio di scarpe di vecchie, che hai indossato per anni e poi un giorno le guardi e ti accorgi del loro stato: sformate, la suola ormai consumata quasi del tutto, la pelle piena di graffi che non scompariranno nonostante il lucido, il grasso e i prodotti miracolosi che ti vendono con la promessa che tornerà come nuova e ti chiedi come hai fatto a non accorgerti che si fossero ridotte così; quasi te ne vergogni, ad essere andato in giro in quello stato, eri convinto che fossero indistruttibili e quelle si consumavano a poco a poco fino a spaccartisi sotto ai piedi. Non che i segni non ci fossero stati, come lunghi graffi sulla superficie della quotidianità. Eppure, così come oggi a posteriori la lettura appare limpida e cristallina, quel rispetto formale dei processi democratici lasciò molti nell’illusione che non stesse accadendo nulla di sostanziale, che tutto fosse indistruttibile; molti altri, pur capendo perfettamente la situazione, finsero di non vedere per interesse personale o di parte; pochi altri, che provarono a mettere in guardia su quello che stava accadendo, furono etichettati come catastrofisti e veniva loro contestata la contraddizione di poter gridare all’involuzione dei processi democratici senza nessuna conseguenza. Io ero fra questi; No, non fra quelli che lanciavano allarmi nel vuoto, fra gli altri.

Abituati a considerare il diritto alla libertà di parola come indicatore incontrovertibile della salute democratica delle istituzioni, quasi nessuno pensò che per essere veramente tale doveva esserci anche un qualche tipo di diritto a essere ascoltati. Questo fu forse la più grossa novità rispetto al passato. Se ogni regime aveva sempre operato affinché le voci scomode fossero rimosse, qui ognuno poteva liberamente dire la propria opinione; anzi eri incitato e solleticato a farlo ogni giorno, ogni ora, su ogni tema, sempre di più: dimmi che ne pensi di questo, ti sei già indignato per quest’altro?, urla da questa parte, il tuo parere è fon-da-men-ta-le, come quello di tutti gli altri, e così la tua voce si sovrappone alle altre a formare un indistinguibile brusio di fondo che rende pressoché incomprensibile qualunque discorso. Altro che musica horror, un lungo borbottio confuso di indignazioni temporanee che confondeva tutto. L’unico accorgimento necessario era quello di tenere le voci che interessavano ad un volume leggermente superiore, di modo che fossero le uniche intellegibili. Non c’era nessun bisogno di censura, se non nei rari in cui, per qualche accidente della sorte, una qualche voce dissidente riusciva ad ergersi al di sopra dell’indistinto gargarismo dell’opinione pubblica. Allora si interveniva e in quei casi lo si faceva anche in maniera feroce: ma furono per lo più casi isolati, stigmatizzati dai più ma mai riconosciuti come sintomi di un problema generale. Tutti casi isolati. Anche gli eccessi, erano sempre casi isolati. Il grosso del lavoro era lasciato alla denigrazione pubblica, alla delegittimazione, all’attacco personale che qualcuno era sempre pronto a raccogliere e rilanciare per interesse (personale o di parte), alla lista apparentemente innocua degli oltraggiabili, arrivando perfino a gioire per la degradazione occasionale del nemico di turno. E come recitava quella famosa poesia che forse avete avuto modo di studiare nei mesi precedenti, quando arrivò il loro turno s’accorsero che molti pochi erano rimasti di quelli disposti a difenderli e tanti invece erano i nemici che applicarono a loro gli stessi metodi che loro avevano usato in passato.

So che questa probabilmente non è la risposta che vi aspettavate e so che non potete accoglierla come esauriente, che i libri di scuola son sempre costellati di date e fatti puntuali che segnano questo e quel momento, il giorno in cui è iniziata la Rivoluzione Francese e quello in cui è finito l’impero d’Oriente, l’assassinio di Giulio Cesare, l’unità d’Italia non ancora unita e così via, e quindi va bene, anch’io mi sforzerò di rispondere alla domanda: quand’è che iniziò tutto? Ci hanno provato in tanti a farlo e una risposta condivisa non c’è, ma di date ne sono state proposte tante. Alcuni individuano questa data con la nomina di Luca Traini a Ministro della Cultura o con l’elezione, l’anno successivo, di Roberto Fiore a Presidente della Repubblica. Queste sono sicuramente le date utilizzate più di frequente e possiamo anche prenderle per buone. Sono date che segnano qualcosa, forse non l’inizio, non il punto di non ritorno ma sicuramente qualcosa. Ce ne sono anche altre: c’è chi suggerisce la nomina di Pino Insegno a Bankitalia con cui si completava il disegno di occupazione dello Stato. Ma di date ed eventi di questo tipo ne potete trovare molti: il giorno dell’istituzione del premio italiano dell’anno, o l’anno in cui del premio fu insignito l’amante del Ministro dei Trasporti, il Consiglio dei Ministri fatto su quattro zattere galleggianti la settimana dopo l’alluvione del Piemonte, o il lungo monologo di tre ore e quarantacinque il cui il premier rispondeva alle domande di un suo clone creato con l’AI. A noi all’epoca ci sembravano soltanto episodi ridicoli, e lo erano senza dubbio. Però queste date non mi sono mai piaciute come inizio: altri si sono concentrati sugli aspetti sociali, e di solito l’evento a cui fanno riferimento è il primo episodio di repressione canonicamente violenta: manganelli, lacrimogeni, pestaggi indiscriminati. Il primo episodio notevole fu senza dubbio contro i cittadini che protestavano per la ridenominazione di piazza Giusva a Bologna. Ma ce n’erano stati molti altri in precedenza: qualcuno anticipa questo momento alla marcia dei tassisti contro il pizzo di Stato che portò alla caduta dell’ultimo governo tecnico.

Possono essere tutte date valide: tutti questi eventi, però, avvennero nel pieno rispetto formale delle regole democratiche, e questo è un punto che vorrei che non dimenticaste mai. Anche se l’astensione raggiunse il 72%, le elezioni furono tutto sommato regolari. Nessuno venne censurato, a nessuno venne impedito di parlare o di candidarsi alle elezioni. Si alzò soltanto la soglia di rumore affinché le uniche voci distinguibili fossero quelli dei giornali e dei media controllati da una manciata di gruppi editoriali. Ma questo non era certamente una novità, la situazione dell’informazione era già questa da almeno trent’anni. I partiti erano più o meno gli stessi, dicevano le stesse cose, giocavano lo stesso gioco delle parti per prendere seriamente un cambiamento delle rispettive rappresentanze. E quindi, vi chiederete, se tutti questi eventi, che oggi giustamente ci scandalizzano e ci dipingono un quadro inequivocabile, si svolsero pienamente nell’alveo democratico, quale scegliere come inizio? Alcuni hanno provato perciò a cercare un discrimine nelle leggi. Certo, fu reintrodotta la pena di morte per i reati che minacciavano la nazione, ma quanti altri Stati al mondo hanno la pena di morte nel loro ordinamento pur essendo pienamente democratici? Non hanno forse la pena di morte alcune tra quelle che consideriamo le più grandi democrazie del mondo? Basta questo? E non vale lo stesso ragionamento per la cancellazione del diritto all’aborto? O per la legge sulla tutela dell’identità nazionale? O per l’introduzione del giorno del patriottismo? E se non vale per queste, può forse valere per leggi che sembravano idiote anche allora, come l’obbligo di costume in spiaggia o il divieto di scarpe senza tacco per le donne al di fuori dell’ambito domestico? Erano idiote, ma non sembravano preoccupanti. Sarebbe tutto molto più semplice se i cattivi non fossero anche ridicoli, se ci facessero la cortesia di farsi odiare per quello che sono. E invece spesso lo sono, ridicoli e idioti che quasi sembra impossibile prenderli sul serio. Alla fine, la domanda a cui dovrei darvi una risposta in questa lezione commemorativa può ridursi a: che cos’è la democrazia? Basta il diritto di parola, inascoltato? Basta un diritto di voto svuotato d’efficacia? Io non lo so, potete scegliere un evento o l’altro, non credo che farebbe molta differenza, non credo che sia stato un singolo evento a fare la differenza.

Tuttavia voglio provarvi a segnalare due eventi che di solito non vengono annoverati in queste liste che periodicamente qualcuno si sforza di compilare e spero così che capirete anche il perché molti anni anni ho deciso di creare la Fondazione Sani: in realtà non si tratta di due eventi, ma di due processi, lenti e graduali anche loro, come la marea, che cominciarono molti anni prima e che per questo motivo in questi elenchi non compaiono mai, perché effettivamente il regime non ebbe praticamente nessun ruolo e nessuna responsabilità. Quando arrivarono al potere erano già accaduti e noi non ci facciamo caso, noi siamo abituati ai prima e ai dopo e ci interessano solo le colpe dei dittatori: ci serve anche per dirci che il prima (cioè noi) era buono, perché era meglio, o meno peggio, e che comunque la colpa è del dittatore che è venuto dopo. È un modo facile per lavarsi la coscienza e forse lo abbiamo fatto anche stavolta: che noi forse avevamo delle colpe ma mai quanto loro, i cattivi erano loro! Che i libri di storia lo raccontino chiaramente! Noi vogliamo essere confusi, non possiamo essere confusi, perché loro effettivamente erano peggio di noi. Erano peggio in tutti i modi che potete immaginare, su questo non c’è dubbio. Solo che noi, noi non eravamo innocenti.
Il primo di questi processi fu la distruzione progressiva della sanità e dell’istruzione pubblica. A sentirlo oggi fa ridere, vero? Mi rendo conto che il concetto di sanità pubblica è così banale che oggi, che siamo finalmente tornati in uno stato pienamente democratico, fate perfino fatica a immaginare qualcosa di diverso. Come può esserci un sistema di sanità che non si prenda cura di tutti? Che garantisca le cure a chiunque a prescindere dalla propria condizione economica? Com’è possibile pensare come “normale” qualcosa di diverso? Ho fatto una lezione come questa l’altra settimana nella scuola di un quartiere vicino e alla fine mi si è avvicinata una ragazza: credo avesse quindici anni e sembrava imbarazzata, continuava a fissare un punto imprecisato tra la mia spalla e la medaglia; voleva farmi una domanda ma prima ci teneva a dirmi che era stato tutto molto interessante, e poi tutta una serie di complimenti un po’ sinceri un po’ di circostanza perché aveva questa domanda da fare, mi disse, ma credo temesse di risultare offensiva. Allora le chiesi il nome, si chiamava Gilda, e poi cosa pensava di fare finite le superiori, e così parlammo per un po’, per rompere il ghiaccio, a un certo punto mi parlò anche del suo gatto e degli allenamenti con la squadra di pallavolo che aveva nel pomeriggio. Le dissi che anch’io avevo un gatto, si chiamava ed era uno dei pochi gatti che non soffriva il mal di mare, lo potevo portare anche in barca. Lei si mise a ridere e poi finalmente mi fece la sua domanda: ma come potevate pensare che la sanità privata e quella pubblica potessero convivere? Mi disse: è come se su una nave una parte delle scialuppe fossero per tutti e una parte riservata solo per chi paga un biglietto extra, è una cosa così stupida che non riesco a capire come abbiate fatto a non rendervene conto. Poi si scusò tantissimo per aver usato la parola stupido e che non intendeva dire che fossi stupido però, ecco le sembrava comunque una cosa stupida. E io le ho dato la stessa risposta che do a voi: eravamo stupidi. Eppure vi posso garantire che all’epoca non c’era un politico, neanche uno solo, neanche fra quelli più radicali, che parlasse dell’abolizione della sanità privata; mentre ce n’erano molti che teorizzavano l’abolizione della sanità pubblica senza che nessuno si scandalizzasse. Anche perché ormai la sanità pubblica era ridotta così male che molti erano costretti a rivolgersi al privato e si trovavano nel paradosso di pagare due volte, il pubblico con le proprie tasse e il privato con quello che restava. Questo naturalmente chi poteva permetterselo, ma è proprio questo il punto: quando permetti a chi ha i soldi di comprarsi la propria scialuppa privata d’emergenza, la propria cura d’eccellenza, la propria scuola d’eccellenza, che interesse avrà più a che funzioni una struttura in cui non andrà mai? Magari per qualche filantropo non farà differenza, magari altri non vorranno distruggerla attivamente e saranno soltanto felici di risparmiare un po’ di soldi di tasse, ma il risultato sarà lo stesso. E quando la cosa pubblica non funziona più, e continui a pagarla, non vedi l’ora di abolirla per risparmiare, soprattutto se non arrivi a fine mese e con quei soldi ti ci devi pagare la sanità privata. Ecco, magari fate bene a pensare che eravamo stupidi ma state attenti, perché potrebbe capitare anche a voi. Nessuno verrà da voi a parlarvi di scialuppe di salvataggio. Arriveranno, perché tornano sempre, e arriveranno con una frase ingenua, che ad alcuni di voi potrebbe sembrare anche ragionevole. Arriveranno e diranno: questa cosa costa troppo. Fateci attenzione perché, in realtà, quello che vi stanno dicendo è che voi, la vostra vita, il vostro benessere costa troppo: vi stanno dicendo che voi, non siete compatibili con questo sistema. Che questo sistema è più importante di voi.

Anche il secondo processo iniziò con una frase di apparente ragionevolezza: non possiamo accoglierli tutti. Forse qualcuno di voi probabilmente conoscerà la storia di questa medaglia e il suo collegamento con questa frase: eppure era una frase che all’epoca dei fatti circolava ormai da sempre. Io questa medaglia neanche la volevo, non credo di essere un “eroe” della resistenza. Figuriamoci se mi ci sentivo allora. Allora ero un ragazzo di vent’anni che cercava di arrivare a fine mese. Oggi nessuno fa più il pescatore, le barche sono teleguidate dalla riva ma all’epoca ce n’era ancora qualcuna. Io ero di quei pochi pescatori rimasti e quella frase me la ricordavo da quand’ero ragazzino e mio padre, quando uscivamo insieme in barca, mi raccontava che la usavano da prima che nascessi. È una frase che funziona perché è difficile immaginarsi questo tutti: tutti chi? Tutti! Tutti quelli che arrivano, tutti quelli che ci vogliono invadere, eccetera eccetera eccetera. Il tutti evoca il tanti. il tanti evoca il troppi. Sono troppi, non siamo mica cattivi noi, sono loro che sono troppi. Mio padre mi raccontava che la prima volta che la sentì, parlavano dei polacchi. Diceva che c’è stato un momento che sembrava che dovessero invaderci i polacchi, c’era il papa polacco e tutti i polacchi venivano qui a fare i lavavetri ai semafori. Poi c’è stato il turno degli albanesi, poi quello dei rumeni. L’abbiamo sempre detta, quella frase, ma credo ci sia stato un tempo in cui non ci credevamo davvero. Poi è arrivato il turno degli africani e tutta quella storia che uno, se è africano, lo vedi subito. Non saprei, io alla fine che son nato sull’estrema punta meridionale di questo paese se mi guardo allo specchio mi sembro più simile a un tunisino che a un polacco, ma vabbè, l’africano faceva paura alla gente. L’africano nero, il nigeriano, non poteva nascondersi. Lo vedevi da lontano, era un bersaglio facile. Eppure se cercate nei libri di storia questa cosa non c’è scritta bene, sta nei paragrafetti riassuntivi sulle cose fatte dal governo, o fra i grandi problemi del tempo. Che bella frase: i grandi problemi del ventunesimo secolo, come se fossero cose che capitano così, per caso, senza nessun rapporto col resto. Sembrano cose scollegate ma non lo sono. C’è sempre un troppo a cui ti si chiede di reagire e tu reagisci, fino a quando non ti accorgi che in quel troppo ci sei finito pure tu. Perché a un certo punto ci finisci in mezzo, pure se fai il pescatore. Io pensavo che potevo fare il pescatore e fregarmene di quelli che erano problemi di gente che poteva permettersi il lusso di pensare a qualcos’altro oltre a guadagnarsi da vivere; io quel tempo non ce lo avevo, non pensavo di avercelo. Passavamo il tempo sulla barca, io, mio padre, e quando aveva voglia anche Nerone. Nerone era davvero uno dei pochi gatti che non odiava il mare. Io ero uno di quelli che non si preoccupava, che considerava gli altri dei catastrofisti che si scandalizzavano per cose inutili. E poi quel tempo è arrivato: una notte che stavamo in barca con mio padre a pescare. Noi stavamo lì a caricare il pesce e scherzavamo, c’era pure la radiolina con la musica accesa e mio padre mi fa, Spegni, e io non capivo, pensavo che si era stufato della musica, lui quella roba di canzonette estive non la sopportava proprio, però aveva la faccia più seria del solito e mi fa, Spegni, e allora io spengo la radio per non farlo incazzare e lui mi fa un gesto con la mano, e allora li ho sentiti anch’io. La prima cosa sono state le voci. All’inizio mi sembrano gabbiani ma non venivano dal cielo, erano voci, voci che non capivo, tutto davanti la barca, un coro confuso di urla strozzate, di corpi che lottano con l’acqua. E poi li ho visti. Non si riuscivano a contare da quanti erano. E poi dopo le urla le mani, quelle mani che non riuscivi ad afferrare. Il mare unto di nafta, che s’era rovesciata insieme a loro, la barca in pezzi a cui s’aggrappavano, e la mano che stringevi ti scivolava via, i cadaveri che galleggiavano e tutto il resto, ce l’ho qua davanti come fosse ieri, Amina che riemerge e provo ad afferrarla mi fuggì via tra le dita. Ne tirammo sulla barca diciassette, diciotto in realtà, mentre altri sparivano sotto le onde e altri galleggiavano senza più lottare nelle pozze di gasolio. E pezzi di barche, e confusione, e grida, la guarda costiera ci mise quasi un’ora ad arrivare, la vedevamo da lontano e non arrivava mai, eppure stava lì, in quella che fu l’ora più lunga della vita mia. Un’ora a cercare di tirare su corpi, corpi che erano persone, un’ora a ripetersi che erano troppo pochi quelli che stavamo tirando su, adesso arriva la Guardia Costiera e vi salva tutti, e gli altri affondavano tra la nafta e il sale, e quelli aggrappati ai morti, e i bambini, c’erano anche i bambini Cristo, le madri che cercavano di tenerli fuori dall’acqua, Amina mi passò suo figlio, neanche due anni aveva, me lo mise fra le braccia, con gli occhi aperti, e poi lei non c’era più, ma quando cazzo arrivano i soccorsi? e i corpi, e poi quel braccio, e ancora una volta la presa che scivola, e le voci, quelle voci che mi urlavano addosso che ce l’ho ancora nella testa adesso, insieme all’odore, e i bambini, ma perché non arriva nessuno? e quelle voci che parlavano a me, ce l’avevano con me, ero io che li stavo lasciando morire, ero io che stavo lì e per ognuno che afferravo ne condannavo a morte un altro, uno lo salvi e uno lo lasci morire, non c’è nessun dio in mezzo al mare, ci sei solo tu che ne riesci a tirare su un altro mentre un altro invece molla la cima esausto e si inabissa, e il bambino, controlla il bambino, e continui a buttare salvagenti e cime e ciambelle tra le onde, e tutti intorno gridano, non respira cazzo, aiutatelo, Amina io non lo so come cazzo si rianima un bambino, io non so niente, non respira, dove cazzo è la guardia costiera? dove cazzo è Dio? E mio padre che mi chiama, aiutami, e Sani lo lascio in braccio a un altro sconosciuto che lo guarda e lo accarezza, e poi gli chiude gli occhi e piange, uno sconosciuto senza nome e io sto lì e piango insieme a lui quel bambino, non sapevo neanche i loro, di nomi, ci ho messo dodici anni a scoprire i nomi di Amina e Sani, dodici anni, il corpo di Amina non fu neanche ripescato, il corpo di Sani finì dentro un sacco della guardia costiera e sparì senza nome nelle pratiche feroci della burocrazia.
Dodici anni di ricerche ci sono voluti, con quelle voci nella testa che non capivo e che dicevano che era colpa mia, perché là c’eravamo solo io e mio padre e un gatto nero rintanato in un angolo; dodici anni di ricerche, di quel poco che potevo fare da detenuto, colpevole di aver salvato diciassette persone e aver provato inutilmente a salvarne altre, invece di limitarci a segnalare e tornare indietro. Segnalare e tornare indietro e aspettare i soccorsi; e lasciare la morte alla burocrazia. Perché è così che ci si dimentica degli altri, quando gli altri diventano un fatto burocratico. 

Da quel giorno anche io e mio padre diventammo due fatti burocratici dimenticati dentro un penitenziario; mio padre uscì solo quando il tumore era ormai incurabile, anche in quel caso per un fatto burocratico, affinché quella morte non fosse contabilizzata sotto la voce decessi in carcere. Io uscii molti anni dopo. Fu in carcere che iniziai a leggere, tutto quello che so oggi lo devo al carcere. Non feci molto per la resistenza, se non leggere e scrivere quelle poche lettere che riuscivo a far arrivare all’esterno. Non partecipai alla rivoluzione, la rivoluzione la fecero altri al posto mio, io stavo solo pescando una notte in mezzo al mare, e non riuscii a salvare né Amina né Sani. Salvai altre diciassette persone ma non loro due. Nessun bambino si salvò quella notte. E poi un giorno mi fecero uscire, mi dissero che tutto era finito e mi diedero questa medaglia che vedete qua, perché avevo rifiutato il patteggiamento e l’ammissione di colpevolezza. Perché quella notte non avevo accettato di considerare gli altri un fatto burocratico. E oggi sto qui a fare il testimone di qualcosa che ho visto soltanto da dietro le sbarre: di tutto quel periodo, a parte quello che ho studiato, a parte quella notte, mi arrivarono soltanto echi confusi dall’esterno. Forse è per questo che faccio fatica a trovare un inizio preciso di questa storia. O forse perché se c’è stato, un inizio, è stato per ognuno in un giorno diverso. Per me è iniziato tutto quella notte, quando ho capito che non potevo più far finta che gli altri fossero soltanto un fatto burocratico. E per alcuni è arrivato prima, quel giorno, per alcuni dopo, e per altri quel giorno non è arrivato mai e davanti all’orrore hanno preferito nascondersi nella burocrazia: ed è così che forse è andata, che tutto è precipitato quando quelli che pensavano non li riguardasse e si voltavano dall’altra parte sono diventati maggioranza. 

Spread the love