METTIAMO IL CASO

Mettiamo il caso che abbiate ragione voi, che non sia genocidio. Che si fa? Concretamente, da domani, che si fa per fermare questo “non-genocidio”? Si applicano sanzioni? Si interrompono i rapporti commerciali? Ci si impegna a dare seguito al mandato della Corte Penale Internazionale, ad esempio negando lo spazio aereo ai voli governativi israeliani? Si mette su una task force per impedire che il massacro (che non è genocidio ma è pur sempre un massacro) vada avanti? Si interrompono le partnership militari? Si esclude – almeno questo! – Israele dalle competizioni sportive, o canore, o culturali? O si boicottano quelle in qualcuno interviene in rappresentanza ufficiale dello Stato di Israele e non semplicemente come se stesso? Si fa qualcuna di queste cose?

Perché altrimenti verrebbe da pensare che per alcuni (forse per molti) questo aggrapparsi ostinatamente al “non-genocidio” o al “mi rifiuto di chiamarlo con QUEL nome” sia soltanto un espediente retorico per poter continuare a ignorare quello che sta accadendo. Un modo come un altro per dire, Questa non è diversa dalle altre mille guerre di cui abbiamo fatto finta di nulla, lasciateci ignorare in pace anche questa: è una guerra, nelle guerre muoiono delle persone, perché questa dovrebbe commuoverci più delle altre? Lasciateci riposare tranquilli nelle nostre alzatine di spalle, nelle nostre frasi di circostanza alla Miss Italia, in cui esprimiamo un generale cordoglio per le migliaia di vittime nel mondo con cui sanciamo, di fatto, che è così che deve procedere il mondo. Questo, d’altronde, è quello che, tutti, abbiamo sempre fatto.

Se così fosse – lo capisco benissimo – diventa fondamentale che questa sia considerata soltanto una guerra come tutte le altre. E non deve essere chiamata genocidio, perché se accettassimo questa definizione ci ritroveremmo improvvisamente senza lo schermo protettivo della moltitudine di conflitti precedenti in cui noi non abbiamo fatto niente. Senza quello schermo, dovremmo improvvisamente ammettere la nostra impotenza (e indifferenza) davanti a un fatto specifico, enorme, che non è più “una guerra come tante altre”, ma la definizione esatta di ciò per cui avevamo solennemente giurato “mai più”. La nostra indifferenza, davanti a un genocidio, non sarebbe più semplicemente “un’indifferenza come tutte le altre”.

E allora capisco anche perché, nel remoto caso in cui magari invece si tratti realmente di genocidio, diventi così importante che questa affermazione sia spostata in avanti, e perché diventi così importante che partecipi qualcuno di importante, di ragguardevole, a spostare l’accettazione di questo termine in un futuro indefinito in cui il fatto sia già compiuto, sia già assurto alla categoria dell’irreversibile. Perché così, anche domani, nella malaugurata ipotesi che magari invece si tratti realmente di genocidio, potremo ancora difenderci con i nostri formidabili, Io non credevo, non pensavo, se davvero avessi pensato che si trattasse di genocidio SICURAMENTE mi sarei comportato diversamente, ma c’era chi diceva che non lo fosse, c’era QUELLA PERSONA IMPORTANTE, QUEL TAL GIORNALISTA INFLUENTE, QUEL QUOTIDIANO MODERATO, che mi assicuravano che non era un genocidio, ma solo uno dei tanti conflitti di cui siamo abituati a disinteressarci, uno di quelli da cui, tutto sommato, deriva il nostro benessere e l’ordine mondiale da cui il nostro benessere scaturisce e che non può essere messo in discussione di fronte a niente. Il male necessario che non possiamo non piangere ma che non possiamo sognarci neanche lontanamente di trascinare davanti al banco degli imputati.

Perché affrettarci a definirlo genocidio oggi quando potremo, in caso, farlo comodamente domani una volta che tutto sarà compiuto e il nostro giudizio non sarà più appesantito dall’obbligo dell’azione? Allora, finalmente liberi dalla possibilità di incidere, anche in misura minima, sulla realtà, potremo finalmente esprimerci senza il fardello della responsabilità. Perché in fondo la realtà è già ben al di là della nostra possibilità di intervento ma – per poter continuare l’illusione di vivere nel mondo libero (i cui sacri valori democratici sono in fondo la base su cui si fonda tutto il male necessario che siamo costretti ad accettar pur di difenderli) – dobbiamo accuratamente evitare di confrontarci con tutte quelle posizioni che ci costringerebbero a dover fare i conti con la nostra impotenza.

Ecco, allora mi viene da pensare che, mettiamo il caso che non sia genocidio. Mi viene da pensare che servirebbe qualcosa, qualcosa di concreto per togliermi dalla testa che questa ridicola disputa nominalistica (il cui unico effetto concreto è di tenere congelate tutte quelle azioni a cui gli Stati sarebbero obbligati a compiere nel momento in cui riconoscessero che effettivamente si tratta di genocidio) serva a qualcosa di migliore, a parte evitare lo sguardo sbigottito del bambino che, davanti all’imponente marcia imperiale, ci chiede: ma non lo vedi anche tu che il re è nudo?

(to be continued)

 

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