Mettiamo il caso che non sia genocidio. O meglio, che questa ritrosia a definirlo tale sia giustificata da un eccesso di prudenza. Sarebbe comprensibile. Chi, in una situazione del genere vorrebbe correre il rischio di lasciare una macchia indelebile sul virtuoso curriculum del governo Netanyahu VI? Possiamo forse lasciare che un giudizio troppo affrettato ne comprometta la reputazione internazionale?
Così tanta prudenza giornalista sarebbe quasi encomiabile se – pur anteponendo le preoccupazioni per un politico indagato per crimini di guerra e crimini contro l’umanità a quelle per la popolazione che subisce gli effetti delle sue decisioni militari – tale atteggiamento prudenziale fosse mantenuto con un minimo di coerenza.
Sarebbe accettabile se quella stessa prudenza fosse stata adottata, da quegli stessi giornalisti, nel caso dei quaranta bambini decapitati che poi si è scoperto non essere stati decapitati. O da parte di giornalisti (o capi di stato) che giuravano di averle viste, quelle immagini di bambini decapitati e che si rifiutavano di mostrarle per l’eccessiva barbarie in esse contenuta. O se la stessa prudenza fosse stata utilizzata per la notizia dei bambini messi nei forni che poi si è scoperto non essere stati messi nei forni.
O, anche, per la terribile nuova notte dei cristalli di Amsterdam, che poi si è scoperto non essere stata una nuova notte dei cristalli di Amsterdam, nonostante quegli stessi giornalisti si siano adoperati a rilanciare le notizie di rapimenti lampo e cacce all’ebreo, dimenticandosi di raccontare i video degli ultras del Maccabi che urlavano “morte agli arabi” per le strade della città mentre andavano in cerca di bandiere palestinesi da fare a pezzi.
O se quella stessa prudenza l’avessero usata nel caso della ristoratrice di Napoli Nives Monda, invece di prodursi – sempre gli stessi giornalisti – in finte recensioni su trip advisor in cui lamentavano l’antisemitismo della signora, che poi si è scoperto non essere antisemitismo.
Mentre scrivo, è ancora da capire come andrà a finire l’ennesimo caso – questa volta la lite in autogrill tra un turista ebreo e un gruppo di palestinesi – sulle cui dinamiche ancora non è stata fatta chiarezza ma su cui quegli stessi giornalisti non hanno mostrato nessun tipo di prudenza, forse perché anche in questo caso, com’è evidente, non c’è da difendere l’onore e la reputazione di nessun indagato per crimini di guerra.
E però quella prudenza non è un unicum, la rivediamo spuntar fuori improvvisamente se si tratta della telefonata di una bambina intrappolata in un’auto, con la famiglia sterminata seduta di fianco e la macchina crivellata da 335 colpi. Lì ci vuole prudenza, non vorrai mica credere a una bambina di cinque anni che ti dice che le hanno appena ammazzato la famiglia e che i carri armati le stanno sparando addosso? Lì bisogna aspettare, capire, aspettare che venga bombardata anche l’ambulanza mandata in suo soccorso, aspettare che la versione fornita dall’IDF sulla propria estraneità venga smentita da ALTRI giornalisti, che venga accertato che i 335 colpi – 335 colpi – sono stati sparati da un tank israeliano nonostante fosse consapevole che all’interno dell’auto c’erano civili, inclusi bambini; bisogna aspettare tutto questo per poter finalmente raccontare per bene la storia della piccola Hind “inghiottita dalla guerra” (perché così titolarono, dieci giorni dopo).
Oppure la stessa prudenza necessaria per stabilire se i paramedici bombardati dall’IDF fossero realmente paramedici, avessero realmente i lampeggianti accesi e davvero non rappresentassero nessun tipo di minaccia. O la stessa prudenza che serve per accettare il fatto che siano stati i soldati dell’IDF a sparare sulle persone in fila per il cibo, nonostante l’origine degli spari sia stata confermata dalle vittime, dal personale internazionale presente, dai membri della GHF e dalla stessa IDF.
E poi di nuovo quella prudenza sparisce: sempre mentre scrivo, con ancora caldo il corpo di Anas Al Sharif, un pezzo di giornalismo nostrano ha deciso che non si trattava di un giornalista ma di un membro attivo di Hamas, sulla base di un tweet, una foto e altri due screen diffusi dall’IDF. E che quindi, sulla base di questo, tutto sommato meritasse anche di essere ucciso. Nulla ci dice, questo pezzo di giornalismo nostrano, quale sarebbe la colpa degli altri quattro giornalisti uccisi insieme a lui, la cui unica “colpa” sembra essere quella di trovarsi nello stesso posto insieme a lui nel momento in cui l’IDF ha deciso che andava giustiziato.
E così in una miriade di altri casi, a prudenza variabile; variabilità che dovremo certo imputare a un accidente, alla distrazione, all’umore del momento, altrimenti verrebbe da pensare che dietro ci sia il tentativo di delimitare un “territorio dell’affidabilità” su base etnica: un territorio in cui il palestinese mente sempre e Israele, o chi lo sostiene, dice sempre la verità, salvo conguaglio a fine mese; un territorio in cui davanti a ogni strage, come davanti al dubbio che si tratti o meno di genocidio, si sospende il giudizio, si cercano le verifiche e si aspetta.
Tanto mentre si aspetta la fine del mese e il relativo conguaglio arriva l’ennesimo antisemita o fiancheggiatore di Hamas su cui il giudizio va formulato entro quindici minuti. Impulso comprensibile, molto più urgente ed umano rispetto alla consegna professionale di fare il giornalista; anche perché, a fare il giornalista di questi tempi, rischi di finire ammazzato.
(to be continued)