METTIAMO IL CASO #3

Mettiamo il caso che sia vero. Mettiamo il caso che Anas Al-Sharif – giustiziato dall’IDF insieme ad altri quattro colleghi (Mohammed Qreiqeh, Ibrahim Zaher, Moamen Aliwa e Mohammed Noufal) e forse altri ancora – avesse rapporti con Hamas. Mettiamo anche il caso che apprezzasse profondamente Hamas, mettiamo il caso che fosse proprio un propagandista di Hamas e che le sue foto con Sinwar e gli altri membri di Hamas non siano solamente di circostanza ma scelte ponderate e consapevoli. Mettiamo il caso che Anas Al-Sharif, come altri palestinesi (e come magari altri no), davanti all’interminabile occupazione israeliana, davanti alla morte degli accordi di Oslo (aveva due anni quando Rabin è stato ucciso), davanti all’impotenza dell’ANP nell’ottenere un qualsiasi tipo di risultato concreto, davanti alla progressiva espansione dello Stato Israeliano sui territori palestinesi, mettiamo il caso che davanti a tutto questo fosse intimamente convinto che Hamas rappresentasse il solo strumento a disposizione del popolo palestinese per ottenere un qualche tipo di risultato.

Mettiamo il caso che tutto questo sia vero e tralasciamo che le prove finora fornite da Israele sono molto deboli e che in molte altre occasioni si sono rilevate false. Tralasciamo anche la prudenza che, come abbiamo visto, sembra essere non tanto un esercizio di costanza ma piuttosto un esercizio di convenienza. Tralasciamo tutto e concentriamoci su questo concetto che sembra ormai aver preso piede in una parte dell’Occidente moderato che ogni giorno ci ricorda l’importanza delle regole e le differenze tra democrazie e regimi dittatoriali. In sostanza, sembra che molti siano pronti ad abbracciare l’idea che sia legittimo uccidere chiunque mostri un qualche tipo di sostegno o apprezzamento per Hamas. Non sembra avere importanza – per questa parte dell’Occidente – capire quanto questo eventuale legame sia profondo o radicato: basta una foto o un tweet a decretare che, in quanto fiancheggiatore del “nemico” (perché i nemici di Israele diventano per estensione automaticamente anche i nemici dell’Occidente), l’omicidio sia giustificato.
Non esistono, come al solito, altre possibilità. Non basta l’arresto – eppure i soldati sono lì, e il giornalista era lì, con tanto di pettorina, a trasmettere tutti i giorni – né qualunque altro tipo di soluzione che non comporti l’eliminazione fisica di qualunque cosa (non solo esseri umani ma anche edifici, istituzioni, luoghi) abbia un qualche legame con Hamas.

Nell’Occidente, soprattutto in quella parte di Occidente sempre prontissima a raccontarci la propria superiorità morale, l’omicidio stragiudiziale sembra l’unica opzione praticabile. Naturalmente è quella parte che si straccerebbe le vesti se qualcuno dovesse suggerire che questo concetto, applicato con altrettanta elasticità all’altro lato del conflitto, porterebbe alla catalogazione come bersagli legittimi i quattro quinti della popolazione israeliana. Questo non sembra, per l’Occidente civile, essere un problema, per un semplice quanto crudele motivo: nessuno ha il potere di rendere quell’ipotesi concreta.

Quello che ha preso piede in Occidente è una visione del diritto che coincide ormai totalmente con la forza: “Israele darà la caccia ai propri nemici dovunque si trovino” è uno degli slogan che ripetono molti fan filo-israeliani come se fosse una massima molto profonda, senza rendersi conto di suonare come una sinistra parodia di Meloni che parla di reati universali, solo un filo più pericolosi perché in questo caso siamo davanti alla possibilità di rendere concreti quegli slogan.

È quella parte che ha gioito per l’attacco terroristico israeliano effettuato facendo esplodere centinaia di pager incuranti delle conseguenze, che ritiene legittimo tirare giù tre palazzine perché dentro c’è un obiettivo militare da colpire, o bombardare l’ambasciata di un altro paese, l’utilizzo di bombe di una tonnellata su aree densamente abitate, o in ultimo l’uccisione di cinque giornalisti per sopprimerne uno che doveva essere messo a tacere; che riterrebbe legittima anche l’uccisione del padre di questo giornalista, se solo sapesse che Israele gli ha ammazzato il padre a dicembre del 2023.

Mi chiedo se si rendano conto, questi solerti difensori degli omicidi extra-giudiziali, delle esecuzioni per direttissima, di quale siano le implicazioni di questo ragionamento se – mettiamo il caso – un domani la ICJ dovesse riconoscere come vere le accuse di genocidio di Israele. Mi chiedo se si rendano conto di quale destino stanno legittimando per quelli che sui social, nelle foto, nelle cene, nei convegni, di quel genocidio si sono fatti sponsor, difensori, negazionisti. Mi chiedo se questa responsabilità, fatta di tweet e selfie e aderenza ideologica, la riterranno ancora così pregnante da poter essere assunta anche in quel caso a condanna senza appello.

Mettiamo il caso che questa interpretazione del diritto internazionale da parte di Israele (e della parte di Occidente che lo sostiene) sia veramente la nuova invenzione di civiltà che stanno cercando di venderci. C’è da chiedersi come reagiranno quando fra qualche anno questa grande conquista dell’umanità verrà globalizzata – perché tutte le grandi invenzioni prima o poi vengono globalizzate e si diffondono per tutto il globo terracqueo – e verrà fatta propria anche dagli altri, magari da quegli altri, magari da quelli che questo genocidio lo hanno subito o combattuto. Immagino che si guarderanno tra di loro stupiti – davanti a qualche drone che colpisce un po’ a caso e un po’ no, al funzionario di un’ambasciata freddato sul selciato, alla palazzina fatta crollare da un’autobomba nel bel mezzo delle nostre civili città occidentali, davanti a un loro conoscente, amico o parente ucciso perché, in qualche modo, aveva espresso solidarietà e vicinanza (con un tweet, con un selfie, non importa) agli esecutori riconosciuti di un genocidio (o di crimini di guerra, o di crimini contro l’umanità) – chiedendosi come sia possibile che qualcuno abbia piegato in modo così feroce il concetto di giustizia. Immagino che si chiederanno chi può essere tanto barbaro da arrivare a ideare, concepire come legittima e mettere in pratica un’idea del genere.

(to be continued)

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