Vedo un sacco di discorsi fuori fuoco sulla Sumud. Da un lato, c’è tutta la campagna di delegittimazione dei soliti noti e dei loro troll da cortile, che alternano in maniera schizofrenica la versione “flottiglia di Hamas” a quella “branco di pagliacci privilegiati in vacanza”, nel secondo caso senza neanche rendersi conto della descrizione implicita che danno di uno Stato che si sente minacciato dai clown al punto da doverli attaccare in acque internazionali.
Dall’altro lato tutti i discorsi – che sono più che comprensibili visto il clima infame che viviamo – sulla missione umanitaria. Perché se è vero che la Sumud trasporta aiuti umanitari, neanche possiamo far finta che quella quantità di aiuti possa avere un impatto reale sulla situazione a Gaza. Se fosse questa la sola e unica ragion d’essere della Global Sumud Flottilla Israele non avrebbe nessun problema a farli arrivare a Gaza: gli aiuti trasportati non possono in alcun modo alterare gli equilibri in campo e fermare (o anche solo mitigare) il genocidio in corso. Sperare di disinnescare le critiche con la sola causa umanitaria non porterà nessuno da nessuna parte.
La cosa realmente inaccettabile e scandalosa che sta facendo la Sumud è cercare di rompere l’isolamento di Gaza. Perché se una piccola flotta disarmata e civile riesce a raggiungere Gaza, significa che possono farlo anche altri. Significa che anche i governi occidentali possono raggiungere Gaza (e non solo via mare) e che se non lo stanno facendo è soltanto perché non c’è la volontà politica di farlo. Significa che l’isolamento pressoché totale a cui sono stati condannati i palestinesi in questi ultimi due anni non è un fatto ineluttabile, ma una precisa scelta politica.
È a questo “si può fare” che non dev’essere data nessuna possibilità, tanto da spingere Israele a veri e propri atti di pirateria internazionale. Non deve essere possibile che dei semplici cittadini raggiungano quelli che Israele ha condannato all’eliminazione fisica o alla deportazione. E soprattutto non deve essere possibile che un qualunque fatto che riguarda i palestinesi avvenga “al di fuori” della volontà israeliana. È in caso Israele a decidere della loro vita, di quali chirurghi possono entrare, di quali aiuti sono accettati, mai può darsi che qualcosa si svolga al di là dell’orizzonte decisionale israeliano.
Questo lo sanno tutti, e tutti sanno che in gioco c’è anche qualcosa di ancora più grosso: la totale impunità di Israele. Che faranno i governi occidentali quando questa impunità sarà usata non più contro quelle “dimenticabili e sacrificabili popolazioni” ma contro un gruppo di barche di loro concittadini e parlamentari? Israele ha manifestato chiaramente di non aver nessuna intenzione di rinunciare a un solo millimetro di questa impunità (lo ha già fatto in passato e lo sta dimostrando in queste ore).
E questo è il primo paradosso che la Sumud rende evidente: le vite non sono tutte uguali. Davanti alla morte di decine di migliaia di palestinesi i governi occidentali si sono semplicemente voltati dall’altra parte, i più ipocriti hanno farfugliato qualcosa, i partiti all’opposizione hanno fatto finta di protestare ringraziando il cielo di non essere loro al governo a dover fare quello che altri stanno facendo al posto loro (illudendosi che questo basti a restituire loro una verginità postuma) ma, forse – perché ormai il dubbio è d’obbligo – non possono permettersi di fare loro stesso se in ballo c’è l’incolumità di bianchi occidentali.
La Sumud naviga in mezzo a questo paradosso suprematista: cari governi, avete lasciato massacrare impunemente migliaia di bambini palestinesi, farete lo stesso con noi anche se siamo bianchi, europei e “civilizzati”? E a volte purtroppo, come in questo caso, non c’è altro modo per denunciare questo paradosso se non mettendo in gioco personalmente il proprio privilegio.
Il viaggio della Sumud si muove su un piano simbolico ma in maniera concreta: non è una vaga dichiarazione di intenti come quelle – alcune anche rispettabili – che stiamo ascoltando in questi giorni e a cui quasi sicuramente non seguirà alcun intervento tangibile; e che in altri casi, come per il governo italiano, servono soltanto a prendere tempo affinché il massacro dei palestinesi possa continuare indisturbato per qualche altro mese, e poi qualche altro mese ancora, per tutto il tempo che sarà necessario.
È certamente un atto simbolico, ma materiale. È un atto che impone delle conseguenze: l’arrivo a Gaza, o l’arresto, o l’attacco in mare aperto o anche la morte, come è già successo in passato. Un’azione che, nel caso non riesca a rompere l’isolamento di Gaza, ne rende evidente – una volta in più – le responsabilità di chi questo isolamento lo rende possibile.
Questo sta accadendo, e tutti sappiamo che, su quello stesso piano materiale, il successo o il fallimento della missione non cambierà di una virgola le condizioni di vita dei palestinesi nella Striscia, non in una maniera misurabile sulla scala del genocidio in atto. È invece a questa complicità – all’impunità di Israele, all’immobilismo dei governi occidentali, alle pilatesche dichiarazioni della politica – che la Sumud offre le conseguenze della propria azione. E noi non credo che possiamo più permetterci il lusso di far finta che la Sumud stia semplicemente facendo rotta verso Gaza in una missione umanitaria, per non affrontare il fatto che quelle prue sono puntate direttamente verso le nostre responsabilità occidentali.