Un po’ di tempo fa avevo scritto qua alcune riflessioni sul pericolo di smottamento dei valori occidentali di uno dei suoi centri fondativi (la Shoah e la condanna del nazismo). Mi pare che le parole della Roccella, lapsus compreso, ci segnalano che quel percorso ormai è pressoché completo.
È chiaro che gli equilibri internazionali, le crisi globali e le guerre che da queste ne scaturiscono non trovano la loro origine in cambi culturali di questo tipo: le cause sono più profonde e riguardano i processi economici e i rapporti di forza tra le varie potenze; ma questi cambiamenti di paradigma sono necessari a rendere il tutto digeribile all’opinione pubblica, a creare consenso intorno alle nuove direzioni che la politica, in questo caso occidentale, dovrà prendere a breve. Le analisi geopolitiche le lascio ad altri, più esperti di me in materia, ma voglio perdere altri dieci minuti ad analizzare qual è la cornice che sta provando a delineare questa nuova modernità.
Il primo processo, iniziato molti anni fa, sta nel rifiuto di Israele di considerare la comunità ebraica come qualcosa di separato, e più ampio, rispetto allo stesso Israele. Con la nascita dello Stato di Israele l’ebraismo si è trovato davanti a un fenomeno che altre religioni hanno dovuto affrontare in passato: c’è stato un tempo in cui anche i re e gli imperatori cristiani sognavano di governare e rappresentare tutti i cristiani del mondo. E lo stesso può dirsi per l’Islam (e qualcuno in parte ancora lo sogna) ma poi – nonostante alcuni fondamentalismi religiosi non rinuncino mai del tutto a tale ambizione (indipendentemente dalla religione, ché tutte le religioni sono “universali” per definizione) – i più hanno dovuto fare i conti con la realtà; la nascita di una nuova polarità distinta da quella della diaspora è invece nell’ebraismo una novità recente. È solo in quest’ottica che si possono capire le parole di Smotrich quando afferma che se a un ebreo togli il sionismo, di ebreo non gli resta niente: l’ebraismo-sionismo di Smotrich non può contemplare l’esistenza di un’altra identità ebraica che non sia assimilabile allo Stato di Israele. In questo senso, per gli Smotrich, i Ben Gvir (e tutti gli altri), la Shoah, se non direttamente cooptabile all’interno degli interessi politici dello Stato di Israele, finisce per diventare più un problema che altro. E questo anche perché l’altro interdetto indissolubilmente legato alla Shoah è il nazismo, i cui legami storici (e nostalgici) rischiano di creare più di qualche imbarazzo a molti dei movimenti e partiti politici che oggi sono fra i principali sostenitori del governo e delle politiche israeliane.
E qui arriviamo al secondo punto, ovvero le parole della Ministra Roccella sulle “gite ad Auschwitz”, che non possono essere derubricate a mera gaffe. Riguardo alle parole della Ministra, c’è da premettere che esiste un fondo di verità a cui le sue affermazioni attingono: l’antisemitismo ha origini antiche e trasversali a tutti i settori della società europea e l’Europa forse non ha mai affrontato seriamente il nocciolo profondo di questo problema che è, in sostanza, il rapporto di noi europei con il razzismo: sempre pronti a condannarlo sulla carta, ancora più veloci, quando non ci conviene, a imputarlo alle vittime come forma di disprezzo meritato da civiltà giudicate inferiori alla nostra. Oggi, la nuova forma di antisemitismo che sta prendendo piede in Europa è quella dell’islamofobia, ed è impressionante come le narrazioni (lo abbiamo visto in maniera evidente nel caso della Palestina), siano quasi sovrapponibili a distanza di un secolo. Se questo è senz’altro vero, è però evidente che la Shoah, e Auschwitz, non sono una “semplice” manifestazione di antisemitismo, ma una sua specifica forma che non è in alcun modo separabile dal nazismo. Quello che stona nelle parole della Ministra Roccella non è tanto il riferimento vago ai concetti qui sopra esposti ma il cortocircuito che genera il suo intervento quando parla di “gite ad Auschwitz” e il lapsus rivelatore finale della frase con cui conclude il suo intervento: il problema era essere antifascisti, non essere antisemiti.
Ora, senza scendere in analisi psicologiche sulle reali intenzioni della ministra, anche nella sua forma teoricamente corretta (il problema era essere fascisti, e non antisemiti), il messaggio ha degli impliciti profondi che però, nonostante sia stato pronunciato all’interno di un convegno pro-Israele – dal titolo, non privo di preveggente ironia, di “la storia stravolta” – non pare abbia suscitato la minima reazione dei presenti. Questa reazione non c’è stata perché, semplicemente, la Ministra si è posizionata in maniera coerente rispetto a quello scontro di polarità di cui ho parlato sopra: Auschwitz (ovvero la più tragica conseguenza e la più spietata implementazione dell’ideologia nazista) assume valore solo se ricondotto nel campo semantico della difesa di Israele. Non è più quindi un problema il nazismo in sé – si può sorvolare anche sul fatto che nei lager nazisti trovò la morte, oltre agli ebrei, un’altra decina di milioni di persone che più o meno precisamente corrispondevano alla definizione nazista di untermensch – ma solo nella sua declinazione antisemita (rivisitata in chiave moderna e filoisrealiana). Anche questo è un processo che ha radici antiche: da sempre assistiamo a goffi tentativi di riabilitazione del fascismo italiano da parte di politici e “opinionisti” che usano la stessa strategia e provano ad accreditare come unico errore del fascismo l’emanazione delle leggi razziali. O, per restare a tempi più recenti, all’uso strumentale delle foibe, al trasferimento da patrimonio comune a contenuto “divisivo” di Bella Ciao, ai nazisti di via Rasella derubricati a banda di pensionati (e, in proposito, i ben più antichi falsi sulla rappresaglia evitabile grazie ai volantini – mai esistiti – dei nazisti, fake ripresa anche da Bruno Vespa sulla tv di Stato pochi anni or sono), fino alle ultime capriole trumpiane con l’invenzione degli anti-antifascisti (subito riprese anche in Italia).
I due processi hanno forse genesi diverse ma oggi, per eterogenesi dei fini, si trovano a operare in perfetta sinergia: a questi ultimi infatti lo slittamento del baricentro dell’ebraismo dalla diaspora a Israele serve a storicizzare l’Olocausto come mero “incidente di percorso” e il supporto al regime di Tel Aviv è un modo comodo per schivare gli imbarazzanti legami col passato. Per il governo israeliano l’allargamento del concetto di antisemitismo serve come scudo dalle critiche al proprio operato e riabilitare – in qualità di “rappresentante unico dell’ebraismo” – le colpe storiche dei loro alleati più fedeli. La certificazione di forza attiva nel contrasto dell’antisemitismo non avviene più con la presa di distanza dal nazismo ma con le dichiarazioni di sostegno al governo di Tel Aviv, proprio in virtù di questo slittamento. Per questo, in quella platea, le parole della Ministra non destano scandalo. Aggiungerei che forse non a caso sono in discussione in Parlamento in questo momento tre diverse proposte (Gasparri, Romeo, Scalfarotto) che hanno sicuramente l’obiettivo immediato di criminalizzare le proteste a supporto del popolo palestinese ma che, contemporaneamente – allargando a dismisura il concetto di antisemitismo fino a ricomprendere in via teorica qualunque critica a Israele – ottengono il risultato secondario di relativizzare proprio il concetto di antisemitismo. Perché alla fine, se tutto è antisemitismo, niente è più antisemitismo. È anche grazie a questa diluizione di senso, come già detto, che la tutela di Israele (e non più degli ebrei) può diventare preponderante rispetto alla condanna del nazismo. È alla fine questo – lapsus o meno – che ci sta dicendo la Ministra Roccella.
È questo il ribaltamento semantico a cui stiamo assistendo per opera di questa internazionale nera che, mutate le vittime designate, ha smesso di provare vergogna per una delle pagine più buie della nostra storia recente e ha ricominciato ad accarezzarne e attualizzarne la retorica e le forme. Il male assoluto dell’Occidente non è più il nazismo ma l’antisemitismo nella sua forma traslata (ovvero a beneficio esclusivo di Israele). Vero è che il rapporto tra nazismo e antisemitismo non è accidentale: il nazismo trova nell’antisemitismo, poiché già fertile in Europa, il terreno ideale in cui dispiegare tutto l’abisso della sua ideologia, ma non fino all’inversione logica che fa discendere il primo dal secondo: il concetto abominevole del nazismo è quello dell’untermensch (e la conseguente implementazione di una filiera produttiva specificatamente dedicata al suo totale annientamento) e questo trova nell’ebreo il simbolo perfetto su cui scatenare la propria violenza, ma non può essere ridotto a mera amplificazione esponenziale dell’antisemitismo: per paradosso Auschwitz, senza ebrei, sarebbe rimasto Auschwitz. Mentre al contrario l’antisemitismo, senza il nazismo, non sarebbe mai diventato Auschwitz.
Chiudo con una lunga considerazione a margine, una quasi seconda parte: il fulcro di questa operazione non è Israele. Israele in questo spericolato gioco di alleanze guarda ai suoi interessi particolari – anche a discapito di quelle comunità ebraiche al di fuori dei suoi confini che non gli mostrano fedeltà – ma è semplicemente la leva che l’internazionale nera sta utilizzando in questo momento. Il fulcro è qui, in Occidente. E se la guardiamo da vicino, questa nuova internazionale non si discosta molto dalle ideologie che hanno preso piede in Europa nel secolo scorso.
Come premesso, non entrerò nel merito delle cause profonde di questo revival ma alcune di queste forse vale la pena elencarle, soprattutto nelle differenze: l’Occidente Nero di oggi, complice la situazione economica e demografica, non è in una fase di espansione ma di arroccamento: anche le aggressioni reali (come nel caso di Netanyahu) o minacciate (come nel caso di Trump) sembrano non tanto proiezioni verso l’esterno quanto piuttosto un’opera di puntellamento del limes, con al massimo l’obiettivo di accaparrarsi qualche risorsa in più nell’inevitabile scontro per la difesa dei confini. È connessione di sovranismi che si rifà per lo più ai tropi eterni del fascismo: il culto di un passato mitizzato e sempre glorioso, il disprezzo per i deboli, la paura del diverso e della contaminazione della razza (declinata oggi come sostituzione etnica) e che declina se stessa principalmente come antitesi all’altro: tutto sommato qual è il reale patrimonio culturale condiviso di un sovranista giapponese, sudamericano o vicentino? È un’internazionale che costruisce la propria identità per differenza: attraverso l’identificazione di un altro da sé – in questo caso il migrante – come elemento destabilizzante di una società non chiaramente definita ma comunque in sua assenza pura e prospera; e attraverso il rifiuto delle politiche di globalizzazione ritenute responsabili del declino (economico e morale) dell’Occidente. Che riscopre come sostituto simbolico della tradizione la religione, reinventandola: con maggiore fatica là dove questa ha una forma di autorità centralizzata (come nel mondo cattolico) e come nuovo culto suprematista in altri contesti come quello americano, dove i neoevangelici (con una religione prêt-à-porter di citazioni letterali dell’Antico Testamento) costituiscono uno dei segmenti più estremisti della galassia trumpiana, o nella deriva messianica di Israele che rivendica l’intera Palestina per diritto biblico. Sarò pessimista, ma non mi pare che i poteri religiosi centrali (cose come il Vaticano qui da noi o la Soka Gakkai in Giappone) possano essere un argine reale a questa deriva.
Né mi sembra che possa bastare il generico appello ai valori della democrazia, un po’ perché ormai viviamo in una società analfabetizzata e poco incline a riconoscere le differenze tra democrazia formale e sostanziale, un po’ perché la narrazione di queste forze (anche su questo in continuità con le retoriche fasciste), non si pone mai come negazione della democrazia ma sempre come forma di “efficientamento” della stessa: l’obiettivo dichiarato non è mai quello di sopprimere la democrazia, ma di sfrondarla di tutti gli “inutili orpelli” che impediscono la concreta realizzazione della volontà popolare e che noi ci ostiniamo a chiamare “contrappesi democratici”; d’altronde anche Mussolini e Gentile nell’elaborazione della voce fascismo per l’Enciclopedia Treccani lo definivano come la “forma più schietta di democrazia” salvo poi aggiungere subito dopo: “se il popolo è concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente.”
E neanche mi pare che possa funzionare la risposta di una classe dirigente europea totalmente spiazzata da questo cambio di paradigma e che pensa di arginare le derive populiste sottraendo la democrazia al popolo attraverso i dispositivi puramente retorici come “tecnocrati” e “competenza”; una classe dirigente, specialmente quella europea, che rimasta a metà del guado, è incapace di ripensarsi e oscilla tra il portare avanti col pilota automatico una politica che non ha quasi più referenti (né qui né oltreoceano) e il flirtare con questa nuova internazionale, coltivando la stessa illusione di un secolo fa – quella di riuscire a cavalcare la tigre – per poi ritrovarsi come inutile mosca cocchiera. Situazione che mi pare in questo momento esemplificata perfettamente dalle ripetute crisi di governo in Francia dovute sostanzialmente all’ostinazione nell’equidistanza di Macron (equidistanza che molto probabilmente consegnerà di qui a breve il paese a Le Pen e Bardella).
Questa forma di “macronismo terminale”, comune a larga parte della classe politica europea di centro e autodefinita sinistra, ma per lo più garante degli interessi di un capitalismo globale che percepisce come nemico principale qualsiasi istanza di redistribuzione e welfare sociale, si trova oggi non attrezzata a contrastare un nemico che invece arriva da destra e che, in alcuni casi, ha come referenti gli stessi capitali che prima investivano su di loro e ora hanno semplicemente deciso di puntare su un cavallo diverso. Fuori da questo, a parte piccole eccezioni, c’è solo l’attesa dell’apocalisse.
Per concludere, quello che oggi, sia come classe dirigente europea sia come nuova internazionale nera ci raccontano come il nuovo e imminente scontro di civiltà – anche se con bersagli diversi che ancora non hanno deciso se saldare insieme – è in sostanza un conflitto interno a diverse istanze del capitale che stanno lottando per decidere quale sia l’assetto migliore a garantire i loro margini di profitto. Entrambe sono abbastanza consapevoli che la strada più realistica questa volta passa da una politica predatoria interna e non esterna e stanno semplicemente decidendo quale tipo di barbarie applicare: siamo, o almeno così sembra, in quella fase di passaggio da un dirigismo tecnocratico sempre più impermeabile alla volontà popolare (e con sempre meno referenti esterni) – ormai destinato soltanto alla perpetuazione di se stesso come classe dirigente – a forme di stato più autoritario, minime e repressive. Ma, per tornare a questa edizione in chiave farsesca del secolo scorso, occorre smantellare alcuni dei principi fondamentali dell’architettura comune europea, primo fra tutti la condanna del nazifascismo.
È qui che si inserisce Israele come leva fondamentale per scardinare definitivamente questo tabù: come nuova identità ebraica, emendata dal peso della Shoah e finalmente espunta dalla lista degli untermensch, permette ai nuovi alfieri dell’internazionale nera (e quanti ne vedremo salire in corsa su questo carro) orgogliosamente fascisti e strenui difensori dello stato ebraico, pronti a stilare una nuova lista di untermesch priva di qualunque connotato antisemita, per la gioia di ministri gaffeur e affini. Concludo con la stessa incombenza dell’altra volta: hic Rhodus, hic salta. Se il sacrificio si è ormai compiuto, quali margini ci restano?