A margine delle proteste in Iran, delle ingerenze di CIA e Mossad, delle minacce di bombardamento di Trump e degli inviti a farlo da parte delle destre e delle frange liberali radicalizzate che ancora credono nell’esportazione della democrazia; a margine anche delle accuse strumentali degli stessi che da tre anni usano “e allora l’Iran?” come giustificazione a qualsiasi crimine commesso da Israele, si è prodotta pure una piccola discussione nella cosiddetta sinistra-sinistra (quella che di solito, pur non avendo nessuna rappresentanza reale è il comodo spauracchio su cui da trent’anni si scaricano più o meno tutte le mancanze di questo paese); discussione che, per la rilevanza di cui sopra non è che sia di particolare interesse per qualcuno, se non per gli stessi che ne parlano, ma siccome è gente con cui di solito parlo quotidianamente, mi pareva giusto spenderci dieci minuti e provare a porre l’attenzione su alcuni punti.
Partirei da questa riflessione di Caitlin Johnston perché mi pare che sintetizzi abbastanza bene la situazione. È un’analisi realista che mi sento di condividere quasi completamente, sia per l’analisi sull’impero, sia per le dinamiche in corso e che, per quel poco che ne so, mi sembra abbastanza onesta anche sulla situazione in Iran e sulla mancanza di un movimento organizzato in grado di raccogliere il dissenso in una forma politica capace di governare il paese. Gli scenari più probabili in caso di caduta del regime sembrano anche a me, al momento, quello di un governo fantoccio o peggio ancora di una sirianizzazione del paese. Sicuramente c’è molta più organizzazione in quelle spinte lì che altrove. Quel che ne deriva però mi sembra una conclusione un po’ semplicistica che in sostanza si basa su due principi abbastanza banali: quello de “il nemico del mio nemico è mio amico” e quello del “male minore”, con un sovrappiù di paternalismo realista nei confronti delle povere anime belle ma ingenue che non si rendono conto che qualsiasi altra posizione non è altro che un favore all’impero.
Ecco, tra l’analisi e le conclusioni credo che ci siano alcuni fili che andrebbero sbrogliati e prescindono dal caso specifico: al di là delle infiltrazioni, il punto di fondo, di quella come di altre analisi, mi pare che sia che, se anche le proteste fossero completamente autentiche, non avendo un chiaro orizzonte politico un regime change in questo momento sarebbe comunque catastrofico, un favore all’impero e quindi da scongiurare. L’ho specificato perché non vorrei passare i prossimi giorni a discutere di quanta parte abbia l’impero in quelle proteste perché, pure se questa fosse nulla, non mi pare che sposterebbe di un millimetro quell’analisi. Mi vorrei concentrare in questi dieci minuti su questo aspetto dell’analisi e sulle cose che mancano, perché forse invece ci raccontano un qualcosa di noi.
La prima cosa che non mi convince è che questo paternalismo realista mi sembra una replica pressoché identica delle dinamiche imperiali: dopo tre anni in cui mi sento dare del pacifinto dai servitori dell’impero perché mi rifiuto di sposare la narrazione buoni/cattivi, mi sembra surreale sentire ripetere le stesse accuse a sinistra a categorie invertite. E più che altro mi sembra che adottare questo schema sia esattamente funzionale alla lettura del mondo che sta imponendo l’impero. È la stessa lettura: ci sono i buoni, ci sono i cattivi, una guerra santa da combattere, solo che abbiamo scambiato le etichette. Non mi pare un grosso passo avanti o un punto solido su cui costruire un’idea di mondo alternativa (soprattutto se quell’idea di mondo si va plasmando incondizionatamente sul negativo del dominio dell’impero). Il mondo, in questa analisi, diventa un grande scacchiera in cui l’equilibrio di potenze è l’unico elemento discriminante a cui si può sacrificare qualunque altra valutazione: se quello è il punto dirimente, qualunque cambio di fronte (anche autodeterminato) di qualunque popolo a “nostro svantaggio” è da scongiurare, a qualsiasi prezzo.
Un altro punto è quello che riguarda le previsioni (che come ho detto in larga parte condivido) e che ci porta all’argomento del “male minore”. Gli scenari, per quanto probabili sono, appunto, scenari. Quante previsioni sono state azzeccate in questi tre anni? Qualcuno scommetteva sull’annientamento pressoché totale di Hezbollah? O che il governo di Maduro sarebbe sceso a patti con Trump con la sola rimozione di Maduro? O che gli Stati (tutti, iniziando da noi e finendo con l’Iran) restassero sostanzialmente a guardare quello che succedeva a Gaza? Quante rivoluzioni sono iniziate avendo davanti prospettive luminose? Ecco, forse varrebbe la pena ricordare che gli eventi si generano negli eventi e le probabilità sono appunto probabilità, non un fato immutabile. E io non sono un’avanguardista, non mi piacciono gli avventurismi, ma sono pure consapevole che se uno per fare la rivoluzione aspetta di essere sicuro di vincere la rivoluzione, significa che non c’è più bisogno di alcuna rivoluzione.
Ma ora vorrei proporvi un piccolo gioco: vorrei fare questo gioco del male minore qui, a casa nostra. Perché anche qui gli scenari mi sembrano catastrofici e quello più probabile è che, se collassano gli ultimi barlumi di stato civile che ci sono rimasti, ci ritroviamo sotto un remake del nazismo. E no, ci stiamo avvicinando ma ancora non siamo lì. Quindi che si fa compagni? Si sceglie il “male minore” e si vota PD che farà pure schifo ma se non altro non è totalmente organico a questa nuova internazionale nera? O sosteniamo qualunque opposizione a Trump per lo stesso motivo? Il senso della domanda mi pare chiaro, possiamo provare a eluderla con qualche trucchetto retorico ma no, non sono tutti uguali: fanno tutti schifo ma sono diversi (e rispondono anche a poteri diversi). La risposta che sento io, di solito, non mi pare molto accomodante e assomiglia grosso modo a “muoia Sansone con tutti i filistei”. Piuttosto che crolli tutto, non sarò certo io a puntellare questo sistema schifoso per paura che dopo possa arrivare qualcosa di peggio che quasi sicuramente arriverà. E a me sta pure bene solo che mi chiedo: ma perché io riconosco questo diritto a me stesso e non a un iraniano? Perché se io faccio questo ragionamento qui sono un cinico realista e se lo fa un iraniano a Teheran è un ingenuo idealista?
E questo mi porta all’ultimo punto che secondo me è quello che ci riguarda più da vicino: che queste semplificazioni, l’equilibrio internazionale, lo scontro tra potenze, le crociate, il male minore, gli strani compagni di letto eccetera trovano una loro giustificazione solo nell’eccezionalismo della guerra. E con guerra la intendo in senso letterale, non nei mille modi metaforici con cui usiamo il termine per descrivere qualunque situazione, a parte la guerra. E anche questo mi pare che venga dritto dritto dalla narrativa imperiale (nello specifico è nel pacchetto con cui ci rifileranno le nuove destre estreme in quanto necessarie alla difesa dalle minacce esterne). Allora la domanda è: siamo in guerra? Mi si potrebbe obiettare che sì, l’impero è in guerra e sta combattendo contro di noi. E allora mi chiedo, se è così, perché noi non stiamo combattendo? E anche qui, lo intendo in senso letterale. Perché se c’è una guerra, non metaforica, bisogna combatterla in modo non metaforico. E io ho questa sensazione un po’ confusa: non sono sicuro che la guerra ci sia, forse anche sì, ma sono sicuro che non la stiamo combattendo.
Il resto lo so. È un fatto banale che se una cosca mafiosa si espande e fagocita una cosca mafiosa più piccola e ne ingloba il territorio alla fine diventerà più potente e forse sarà peggio per tutti: però se tutto quello che abbiamo da offrire è suggerire agli altri di tenersi la loro piccola cosca, sperando che sia quella a dar fastidio alla nostra grande organizzazione mafiosa, ecco, mi pare il segnale che abbiamo talmente introiettato la narrazione imperialista da considerare l’impero inattaccabile dall’interno. Mi pare che questo atteggiamento denunci, più che altro, la nostra impotenza: è una specie di delocalizzazione della rivoluzione, con la quale accettiamo il nostro destino, continuiamo ad andare al lavoro, ad andare al cinema quando capita e speriamo che qualcuno, da qualche altra parte, possa mettere in difficoltà il potere che noi non stiamo combattendo. E quand’anche il piano dovesse funzionare, che agibilità pensiamo di avere poi se il nostro contributo è stato soltanto quello dell’attesa di essere liberati? Non mi sembra realismo, mi sembra rassegnazione. Di queste discussioni quello che mi preoccupa non è solo il fatto di negare un’eventuale agentività iraniana (sulla cui autenticità si può discutere all’infinito). Mi preoccupa di più checon queste discussioni stiamo, di fatto, negando la nostra, di agentività.
Io non ho risposte, e sul futuro ho le stesse vostre pessimistiche previsioni, ma vorrei quanto meno non smettere di farmi le domande e dovermi arruolare. Oppure, se proprio devo arruolarmi, almeno datemi una rivoluzione in cui farlo. Che qua invece mi pare che pure noi stiamo lentamente scivolando dalla resistenza alla resilienza.