LA GEOPOLITICA DEL DOLORE

Gentile Anita,
nessuno le attribuisce intenzioni malevole e, sia ben chiaro, questo non è inteso come complimento. Ma credo che sia doveroso spendere due parole sul suo post qui sotto, non tanto per la sua rilevanza ma perché emblematico di alcune argomentazioni trite e ritrite dell’approccio di tanti sostenitori israeliani rispetto a quello che sta succedendo a Gaza, mascherate sotto false pretese universalistiche d’umanità.

Dopo alcune frasi di introduzione sulla necessità del dialogo con la Albanese nonostante alcune posizioni eccetera eccetera, arriviamo al sodo: svolta la premessa, assistiamo all’introduzione di due concetti che risultano mediamente banali se presi singolarmente ma in totale contraddizione l’uno con l’altro nel loro combinato disposto. Per reciprocità, mi prenderò il lusso di risponderle in maniera altrettanto prolissa.

Il primo è quello della resistenza all’ideologizzazione del dolore e addirittura all’impossibilità di sottrarsi a portare il peso della sofferenza di entrambe le parti. Ora, questo concetto sembra alludere a una qualche alta esigenza morale, a un qualche principio universale che, però, sono abbastanza sicuro che sia così universale da potersi applicare soltanto alla questione israeliana. Non mi pare che questo discorso troverebbe uguale comprensione o approvazione se qualcuno volesse mettersi lì, a portare sulle spalle la sofferenza di parte russa. La sofferenza, e l’empatia per la sofferenza altrui, non è né categoria politica né categoria di analisi utile in alcun modo. Non lo è né la sofferenza in se, né la sua misura quantitativa a raccontarci qualcosa sui conflitti, né mi pare che le quote di dolore possano stabilire una qualche tipo di proporzione con le quote di torto o ragione. Se volessimo spingerci in esempi ancora più paradossali, possiamo affermare senza dubbio che le sofferenze del popolo tedesco durante la seconda guerra mondiali sono state molto maggiori di quelle del popolo americano, senza che questo ci dia una qualche indicazione utile su quale parte scegliere. Gentile Anita, tutti soffrono, ma limitarsi a riconoscere la sofferenza ed empatizzare con essa è un monito che non ci eleva di un gradino rispetto al pensierino da Miss Italia che “la guerra è brutta e fa male”. Nulla ci dice sull’origine, e sulle cause profonde, di quel dolore. 

Ma non gliene faccio una colpa, non l’ha inventata lei la tv del dolore. E nella tv del dolore non era possibile che non ci fosse spazio per una rubrica emotiva sulle guerre. Sono in tanti a raccontarla in questo modo, alcuni lo fanno anche con una certa dignità, con l’obiettivo (più o meno in malafede a seconda dei casi) di ricordarci che al fondo della guerra ci sono i corpi martoriati delle persone. Ma il problema è esattamente il contrario di quello che suggerisce lei: il dolore non ha alcuna connotazione politica, tutti soffrono, anche i piccoli figli dei fascisti, le loro mogli, i loro amici soffrirono le morti dei loro cari ammazzati dai partigiani e la loro sofferenza, in quanto a consistenza e intensità non aveva niente di diverso dalle sofferenze degli altri. Tolto questo grado zero di umanità, che sta nel riconoscere un fondo d’umanità e la capacità di soffrire anche al peggiore dei criminali, l’appello a farsi carico del dolore di tutti le parti è, in sostanza, un appello a depoliticizzare la lettura di qualunque conflitto per mantenerlo in una sfera emotiva di nobile sofferenza empatica dalle alte esigenze morali che di fatto finisce con l’impedire, per non far torto al dolore di nessuno, di prendere qualunque posizione. E questa, più che nobile, mi sembra appunto una posizione legittima ma abbastanza naif (a non volerla considerare un’operazione consapevole di deresponsabilizzazione rispetto al conflitto in atto).

Quello che però manda completamente in tilt questo ragionamento è il secondo pezzo di argomentazione, che altri non è una riformulazione ante litteram dello schema T.I.N.A. di thatcheriana memoria comune a molte altre frasi ad effetto di Golda Meir (per quei pochi che ancora ne ignorassero il significato è l’acronimo di There Is No Alternative). Si introduce una falsa dicotomia che ha, di fatto, lo stesso obiettivo (in uno schema ribaltato) di deresponsabilizzare Israele, togliendogli qualunque agentività: si costruisce un orizzonte di sterminio che punta a rendere qualsiasi azione di Israele come necessaria o, ancora meglio, ineluttabile. Non c’è alternativa. Dobbiamo massacrare migliaia di civili? Dobbiamo tirare bombe sugli ospedali? Dobbiamo sparare alla folla in fila per il cibo? Qualunque sia l’azione in discussione noi, in ultima istanza, non ne siamo responsabili perché l’alternativa è, sempre ed immancabilmente, la nostra estinzione. A questo preferiamo la cattiva reputazione, preferiamo rinunciare a quell’appello all’empatia universale del capoverso precedente.

Ed ecco qui che il magnifico paradosso è compiuto: tutte le sofferenze sono uguali, ma alcune sofferenze sono più uguali delle altre. Tu devi riconoscere la mia sofferenza e farti carico anche della mia quota di dolore. Io, dal canto mio, piuttosto che riconoscere la tua, mi terrò la cattiva reputazione. 

P.S.
avrei un paio di cose da aggiungere sull’idea di sussunzione del contenuto alla forma ma questo è affare che riguarda più i suoi lettori che lei, e la distorta idea di competenza che questo paese va propagandando da una trentina d’anni almeno, se non di più.

P.P.S.
E questo invece riguarda più i miei lettori, che i suoi: tra le righe di questa risposta spero sia oggi più chiaro anche il perché io abbia cercato, in questi quasi due anni, di astenermi il più possibile (per quanto ho potuto, perché alla fine nessuno è del tutto immune da queste dinamiche) dalla condivisione di corpi martoriati, bambini, o altro; e nello stesso modo dalle foto e dai video dei soldati israeliani che si vantano sui social delle proprie bravate personali a Gaza. È un livello emotivo a cui è difficile sottrarsi del tutto (e forse non è neanche sano farlo) ma che, la maggior parte delle volte, oltre suscitarci dolore, o rabbia, poco aggiunge alla comprensione di quello che sta accadendo. 

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