Finalmente, dopo due anni di bombardamenti ininterrotti e la quasi totale distruzione della Striscia di Gaza – finalmente – arriva un accordo per il cessate il fuoco tra Netanyahu e l’amministrazione USA. Forse stanchi delle continue umiliazioni a cui Netanyahu li ha costretti pubblicamente per 24 mesi, di certo non impressionati dalle proteste di piazza delle ultime settimane, ma forse un cincinin preoccupati che parte della galassia MAGA più radicale iniziasse a manifestare sentimenti dichiaratamente antisrealiani, e da qualche malumore dei paesi arabi che sembrano essere disposti ad accettare il ruolo di subalterni tra le province dell’impero ma non fino all’oltraggio palese e sguaiato – finalmente – gli USA sembrano essere riusciti a convincere Israele che un accordo che prevede la totale capitolazione della causa palestinese può essere un compromesso accettabile per provare a riguadagnare almeno in parte il consenso dell’opinione pubblica che Bibi e i suoi hanno dilapidato in due anni di crimini di guerra e contro l’umanità. A Smotrich e Ben Gvir resta la parte di ammansire i coloni più radicali, ai quali assicurano che nulla è cambiato rispetto a prima e che loro non sono assolutamente d’accordo con questo piano e che però il governo non lo fanno cadere. A Netanyahu la parte, sicuramente più impegnativa, di fingersi entusiasta pubblicamente (ad esclusione per i video in lingua ebraica dove afferma che non permetterà mai la nascita di uno stato palestinese). Al Qatar e agli stati arabi quello di portare su un piatto d’argento la testa di Hamas, a Blair l’onore di appendersi la medaglia di mediatore di questi novelli accordi di Monaco.
Ai palestinesi, esattamente come ai cecoslovacchi nel 1938, il ruolo delle vittime sacrificali che aspettano di sapere, in sala d’attesa, quanta parte dei loro diritti sarà trasferita all’aggressore nel tentativo di placare la sua furia sterminatrice e genocida. E per paradosso, dopo due anni in cui in tutte le salse ci viene ripetuto che è Hamas il problema dei palestinesi, il terrorismo, eccetera eccetera eccetera, proprio Hamas è l’unica entità palestinese a cui viene concessa una, seppur minima, voce in capitolo: è Hamas a decidere la lista degli ostaggi palestinesi da liberare, Hamas a negoziare sulle linee di ritirata dell’IDF e su tutti gli altri, nebulosi, aspetti dell’accordo proposto da Trump e Blair. Nessun altro attore palestinese è ascoltato, o quantomeno interpellato, in questa farsa.
Sul piano in sé poco c’è da dire: il piano di Trump è il classico piano di Trump, per come avevamo già imparato a conoscerlo nel caso ucraino: una grande speculazione affaristica in cui gli USA fissano i loro margini di profitto, concedono in cambio all’oppressore carta bianca sui propri obiettivi militari e geopolitici e lasciano agli altri il ruolo di figuranti che hanno i due compiti principali di pagare i cocci e gestire l’ordinaria amministrazione. Nel piano l’unica cosa che viene concessa ai palestinesi è di non essere sterminati tutti insieme in un’unica volta. Avranno in compenso la possibilità di andarsene quando vogliono, l’assicurazione che saranno i loro carnefici a decidere quando saranno abbastanza meritevoli da poter essere ammessi a discutere dei loro diritti e un comitato palestinese di tecnocrati subordinato al board degli speculatori internazionali con il compito di assicurarsi che siano mantenuti standard di vita minimi in grado di garantire lo sfruttamento come manodopera della loro popolazione nella costruzione dei resort sulla spiaggia.
C’è forse da dire qualcosa in più sulle nostre classi dirigenti che – nonostante avessero chiarissimo in mente il concetto qualche mese fa, quando si stracciavano le vesti sulle irricevibili proposte trumpiane sull’Ucraina – hanno improvvisamente scoperto la novella vocazione di SanDonald statista da Assisi (immagino ci sia già qualcuno pronto a dedicargli il nove ottobre come nuova festa nazionale della pace eterna), in un profluvio di entusiaste reazioni il cui comune denominatore è la rimozione di qualsiasi standard minimo di decenza reclamato fino all’altro ieri. Fra tutte spicca IL presidente del Consiglio che – forse affascinata dai parallelismi storici col secolo scorso che questo accordo imperiale tra le due parti ma senza una delle due parti evoca – cerca di accreditarsi come il grande mediatore dietro le quinte. Capisco che tale paragone agli occhi suoi e del suo bacino elettorale possa apparire addirittura lusinghiero ma credo che alla fine il suo ruolo passerà alla storia come quello di mera portatrice di pastarelle. Quel ruolo, oggi, spetta in tutta evidenza a Tony Blair che – incredibile a dirsi! – in quanto a crimini di guerra vanta sicuramente un curriculum più solido di Meloni.
Ma ancora più impressionante, forse, è la reazione di quelli che in questi due anni sono stati attivamente impegnati a negare ogni sorta di crimine israeliano e che oggi ci spiegano come l’enorme distruzione causata da Israele sia stato l’elemento chiave per porre fine all’enorme distruzione causata da Israele (non è mia, l’ho rubata da X ma credo che renda perfettamente lo stato comatoso del nostro giornalismo mainstream). Con la stessa espressione sagace di uno scorfano sul bancone dei surgelati, mal dissimulando gli orgasmi che generano loro i soprusi su una popolazione oppressa e finalmente “domata”, si chiedono che cosa farà, a partire da domani, la special rapporteur sui territori palestinesi occupati, come se magicamente questi fossero spariti dall’orizzonte con colpo di bacchetta magica. Credo di potervi fornire un piccolo indizio: continuerà ad occuparsi dei territori palestinesi occupati che secondo il magnanimo piano resteranno occupati fino a data da destinarsi. Nonostante già Netanyahu si sia premurato di far sapere a tutti che non riconoscerà mai uno stato palestinese, nonostante Gideon Sa’ar abbia già rilasciato un’intervista a Fox News in cui elenca tutti i cavilli con i quali potranno rimandare all’infinito l’implementazione delle fasi successive, nonostante lo stesso Trump abbia candidamente ammesso che l’unica cosa che gli interessa è il rilascio degli ostaggi e che su tutto il resto aleggia un grandissimo e insindacabile sticazzi, i nostri commentatori sono tutti impegnati a tessere le lodi della politica concreta che porta alla pace, a detrimento delle piazze facinorose che – sempre lettura loro – sarebbero dispiaciute per il raggiungimento del cessate il fuoco.
(Breve considerazione a margine: non ho visto nessuno, letteralmente nessuno, scagliarsi contro questo cessate il fuoco o affermare che questo cessate il fuoco non doveva essere accettato. In questa sconfitta, perché è chiaro che l’imposizione di questo accordo sia una sconfitta non solo per Hamas ma per tutto il popolo palestinese, è comunque da rilevare la differenza di postura tra Hamas, i palestinesi tutti e quella galassia che per due anni è stata dipinta come “amica dei terroristi”: accettare il cessate il fuoco per porre l’accento su tutte le storture del piano e sfidare Israele e USA ad essere conseguenti, accettando di dialogare su tutto il resto, rimossi dall’agenda della negoziazione gli alibi usati in questi due anni – la riconsegna degli ostaggi come condizione preliminare per qualunque accordo, già più volte offerta e rifiutata di fatto da Israele – mostrando così, e un po’ costa doverlo ammetterlo, più intelligenza politica delle cancellerie europee che, in una situazione simile, si sono invece precipitate a suggerire all’Ucraina il prosieguo della via militare, senza peraltro la conseguente assunzione di responsabilità nelle operazioni belliche).
Oggi, incredibilmente, si stupiscono del fatto che la popolazione di Gaza sia felice e festeggi il fatto che non le piovano più in testa le bombe, indicatore infallibile della bontà del piano! Chissà come si immaginano le altre popolazioni sotto le bombe, che invece – visto lo stupore per queste scene – loro evidentemente pensano lì felici a supplicare per un altro missile o un altro drone. Loro, gli altri – tutti gli altri, di qualunque guerra – mica festeggeranno un domani il fatto di non essere più ammazzati. Gli altri saranno tristi, invocheranno con nostalgia la mano del carnefice per dimostrare ai nostri che quella guerra, loro – loro popolazione, loro sventrati sotto le bombe – invece la desiderano con tutte le forze. Che non essere ammazzati, anche fosse solo per una settimana, non è motivo sufficiente per festeggiare, senza previa approvazione di un giornalista occidentale.
Oggi si chiedono provocatoriamente perché quelle piazze che protestavano ieri non s’adoperano con lo stesso fervore per l’Ucraina: domanda a cui si potrebbe rispondere – se uno davvero cedesse alla tentazione d’abbandonarsi al loro stesso cinismo – che San Trump il piano sull’Ucraina l’ha già presentato: non resta, ai nostri intellettuali a progetto, che accettarlo e glorificarlo con lo stesso fervore con cui oggi ci spiegano le mirabolanti doti pacificatorie del presidente vincitore morale del Nobel per la pace.
Senza scendere a livelli di cinismo tali, ma conservandone a sufficienza per uno sguardo disincantato sulla realtà, sembra quasi che, in questi cani da riporto del potere (forse a causa del sempre maggiore imbarazzo nel trovarsi a dover difendere quotidianamente l’indifendibile), oggi a prevalere sia l’ansia di nascondere tutto sotto il tappetto il più in fretta possibile. L’augurio fatto ai palestinesi sembra essere quello che il loro sterminio torni a un livello meno eclatante e in ogni caso “sotto la soglia di attenzione”, in modo da poter allegramente tornare a voltarsi dall’altra parte senza dare troppo nell’occhio.
D’altronde è naturale che, per quelli che fanno iniziare tutto a partire dal 7 Ottobre, ritornare alla situazione precedente costituisca un allettante ritorno alla normalità. Per gli altri – nonostante le suppliche e gli scherni dei moderati – credo che resterà tutto com’era prima. Ci saranno altre flotille, altri scioperi, altri massacri da denunciare (alcuni già mentre scrivo), altri prigionieri palestinesi in detenzione amministrativa, altre costruzioni di colonie illegali in Cisgiordania, altre demolizioni di villaggi palestinesi, altri pogrom e innumerevoli altri abusi (la cui lista è troppo lunga per elencarla qui in maniera completa)
Il come andrà a finire questa cosa non è troppo difficile da immaginare: nella più rosea delle prospettive, la progressiva occupazione e spoliazione della Palestina procederà a ritmi ridotti ma tutto sommato accettabili per le delicate coscienze borghesi dell’Occidente. Fino a quando, una volta richiusa e sigillata per bene la pentola a pressione della sopraffazione e messa sul fuoco degli abusi quotidiani, questa non si imporrà nuovamente alla nostra vista con la sua deflagrazione, destando scandalo per le violente modalità con cui gli oppressi si rifiutano di farsi sterminare. Magari accadrà fra sei mesi, o fra due anni, o fra dieci. La speranza dei nostri commentatori mi sembra sia quella di essere morti nel frattempo o, in subordine, di aver anestetizzato l’opinione pubblica al punto di averle fatto dimenticare questi due anni di crimini quotidiani e tutti quelli precedenti.
Con maggiore probabilità – sempre che Israele non ricominci dopodomani con i bombardamenti – le ali più estremiste della società israeliana, insensibili a qualunque strategia comunicativa che non preveda la rivendicazione esplicita della pulizia etnica, lo vedranno come un lasciapassare per intensificare – nella più totale impunità – le loro attività criminali in Cisgiordania, togliendo ai nostri l’agio del menefreghismo e costringendoli, loro malgrado, a doverci di nuovo spiegare l’ostinata e intrinseca violenza palestinese che non vuole sottomettersi alla colonizzazione per il benessere della civiltà occidentale e la tranquillità degli editorialisti di regime.
Resta poi un’incognita da risolvere: capire che cosa ne sarà di questa gloriosa “civiltà occidentale”, quale sarà il punto di caduta di un sistema i cui “valori” sono sempre più infettati e contaminati da (se non direttamente assimilati a) quelli di un’internazionale nera che si agita tra Israele e gli USA, dal Giappone alla Francia, passando per l’Inghilterra, l’Italia, l’Ungheria e così via, e che giorno dopo giorno sta facendo scempio di qualsiasi norma del diritto internazionale (e nazionale), ormai ridotto a fastidioso ostacolo a questo misto di arretramento barricadero sovranista e nostalgie tardo imperiali. A rendere più fosche le previsioni è la semplice constatazione che – appare evidente in Israele, e ormai anche negli USA il passaggio sembra concluso, e ormai anche in Europa sembra che i margini per un percorso alternativo siano sempre più ridotti – questo tipo di regimi fascisti e suprematisti non hanno possibilità di resistere a lungo (pena l’implosione) senza un nemico esterno da additare, senza una guerra da combattere che abbia come obiettivo principale, in primis, quello di mantenere sotto controllo l’opinione pubblica intorno alla paura. Quelle di Israele, di guerre, appaiono già ben delineate all’orizzonte: ci resta da capire se, come dice Merz, basteranno a fare il lavoro sporco per tutti o se ci servirà una guerra tutta nostra per completare appieno la trasformazione.